10 ott 2021

Pulp a Cotonou

Florent Couao-Zotti

L'Africa contemporanea in un romanzo polar ambientato nella città di Cotonou in Benin, tra femme fatale, gangster dal grilletto facile, braccia che brandiscono minacciosi machete e poliziotti non così limpidi. Su tutto il caldo africano, le piogge improvvise, il caos degli zem (moto-taxi) che infestano il traffico come le mosche in un mercato troppo caldo. Lo spettro del primo mondo che fa dell'Africa il deposito dei propri scarti, il traffico di droga che attraversa i continenti e produce false promesse e nuove tragedie, la violenza che sobbolle esplodendo improvvisa come un temporale africano. 
Il romanzo dell'acclamato Florent Couao-Zotti si legge d'un fiato, con la stessa precipitazione dei protagonisti, sempre in corsa in una notta di morte e inseguimenti che non lascia il tempo di riflettere ma solo agire. 

Fanta face, Coca-Cola body


Un gustabilissimo pulp pervaso da un lessico suggestivo ed evocativo: le fanta-coca (le donne nere che sbiancano il volto che diventa giallo Fanta, lasciando il corpo colore Coca-Cola) retaggio di modelli distorti, importati e imposti; tutti in caccia dei chia (i soldi); gli yovo (i bianchi) che sono dei grotto (hanno il portafoglio pieno) e fanno gli ambiaceur (i viveur); le go (le ragazze) troppo spesso asheo (prostitute), i corpi velati nei pagne (pareo africano). 

L'intreccio è una corsa a perdifiato tra le von (strade) beninesi, una "tempesta perfetta" dove i problemi si susseguono senza tregua, quella che nel linguaggio locale si chiama una waxala.

Buona lettura!

[ Non sta al porco dire che l'ovile è sporco / Florent Couao-Zotti / 66thand2nd ]


8 ott 2021

Predatori: le dimensioni contano, talvolta.

Timothy Winegard

Qual'è il predatore più pericoloso per l'uomo? 
  • Forse il proverbiale lupo? 
  • La tigre di Mowgli? 
  • Lo squalo di Spielberg? 
Nessuno dei "soliti sospetti". 

- A proposito lo sapevate che l'ippopotamo uccide più del leone? Vatti a fidare della Disney con i suoi ippopotami in tutù - 

L'animale più pericoloso è piccolino ma infestante, si tratta di un insetto: la zanzara. Difficile a credersi? Eppure secondo quanto riportato dal prof. Timothy Winegard nel suo saggio dall'inequivocabile titolo: "Zanzare: Il più micidiale predatore della storia dell'umanità" si stima che questo piccolo sterminatore abbia ucciso circa 52 miliardi di persone, quasi metà di tutti gli esseri umani mai vissuti sulla Terra. Ad essere onesti la zanzara è "solo" il vettore di qualcosa di molto più piccolo ma terribilmente letale: i virus (il dengue, la febbre spaccaossa; il temuto Zika; la febbre gialla; le febbri malariche; etc.) ma il punto è che sono le zanzare a rendere così diffuse queste pericolose  malattie.

La buona notizia di questi primi giorni di ottobre 2021 è che finalmente si distribuirà in Africa un vaccino per la malaria in grado di schermare almeno in parte dal contagio, una cosa che salverà moltissime vite, soprattutto bambini. Si consideri che a oggi la malaria miete ancora circa 400mila vittime all'anno, oltre la metà bambini. Non siamo ancora alla "soluzione" in quanto il vaccino protegge  al 30%, richiede una complessa posologia di somministrazione in più richiami e non è facile da produrre. Per non parlare del fatto del potenziale impatto sulla giustizia sociale (nell'accesso al vaccino) in contesti con risorse così limitate. Ma è un inizio, comunque molto importante.


Il saggio di Winegard accompagna il lettore attraverso una rilettura della storia alla luce dell'impatto delle pandemie veicolate dalle zanzare, una storia che non è solo la vicenda del piccolo letale nemico dell'umanità ma è anche la storia della cattiva coscienza di quella parte minoritaria e ricca del pianeta che si disinteressa dei mali che affliggono il resto dei suoi confratelli, al di fuori della bolla protetta in cui vivono i portatori del privilegio. Già perché possiamo essere certi che gli sforzi per combattere la malaria sarebbero stati maggiori se fosse endemica nella ricca Europa o in Nord America, basti pensare ad esempio agli assurdi investimenti in parafarmaci e palliativi vari per i raffreddori stagionali (sicuramente non letali). Un'occasione in più per riflettere sulle responsabilità all'interno del villaggio globale. Ad esempio l'Aids è sostanzialmente curato in occidente mentre continua a dilagare nei paesi poveri, lo stesso si può dire della malaria e altre infettive praticamente ormai assenti nei paesi ricchi e ancora endemiche in vaste parti del pianeta. Una eccezione: il Covid-19, per la sua capacità di oltrepassare i confini (che lo rende pericoloso a livello planetario, senza distinguere tra ricchi e poveri) ha riscosso una risposta rapida e globale da parte dei paesi ricchi, e per fortuna con buoni risultati visti i molteplici vaccini ottenuti. Ma anche qui mentre la minoranza si appresta alla terza vaccinazione c'è una vasta maggioranza in balia del virus, attanagliata da mancanza di risorse, problemi organizzativi (anche nella filiera preventiva) per non parlare delle molte altre emergenze sanitarie e persino quella climatica.

[ Zanzare: Il più micidiale predatore della storia dell'umanità / Timothy Winegard  / HarperCollins ]


2 ago 2021

Dalla Cimmeria con furore (guerriero)

by John Buscema

Nella preistorica “era hyboriana”, un giovane guerriero proveniente dalla Cimmeria si fa strada in mondo bellicoso, popolato di demoni, esseri ultraterreni e potenti stregoni. Il suo nome è Conan, i tratti distintivi sono il fisico possente, la mente acuta, la resistenza, lo sprezzo del pericolo, la nobiltà d’animo (anche se non si fa scrupolo di uccidere e rubare, non ha un’attitudine criminale, è una sorta di anti eroe pericolosamente irascibile), la diffidenza verso la civiltà che lo porta a uno stile di vita vagabondo nonostante i successi in battaglia. Il barbaro Conan è pura energia, in lui l’azione precede qualsiasi altra cosa, è puro istinto ferino, insomma è l’arma perfetta, un autentico predatore.

Il creatore di questo iconico personaggio è Robert Ervin Howard (1906-1936) autore di alcuni cicli fantastici, il più celebre dei quali è appunto il corpus di 22 opere, tra romanzi e racconti, aventi come protagonista Conan il barbaro. Di fatto inventa un nuovo genere letterario al confine tra il romanzo di avventura e l’horror, nasce infatti quello che in inglese è indicato come fantasy sword and sorcer, ovvero il fantasy eroico. La figura del barbaro nerboruto, dai muscoli guizzanti, impegnato per lo più a salvare donzelle in abiti succinti, fracassando con indifferenza crani umani sul proprio cammino, è ormai un’immagine stereotipata, persino ridicola. Howard creò il modello originario e basta leggere le avventure di Conan per apprezzarne lo stile, inoltre insieme al personaggio creò un ampio e articolato mondo di fantasia, con tanto di storia e geografie proprie, in cui il pericolo è sempre in agguato e attraverso il quale Conan inanella avventure traboccanti di azione violenta

Robert Ervin Howard

Sebbene Howard avesse in gioventù irrobustito il proprio fisico praticando sport, questo è forse il solo elemento in comune con il suo personaggio più celebre. Conan è un vagabondo, impavido e bellicoso, l’azione fatta persona, spesso impegnato a salvare (e conoscere) belle ragazze. Howard era timido e insicuro, non superò mai i confini del Texas in cui era nato; viaggiò moltissimo ma solo nella fantasia delle sue opere. Nessuna relazione significativa, un rapporto strettissimo con la madre. Morirà tragicamente appena trentenne, suicida con un colpo di pistola in auto, preda della disperazione per le sorti della madre entrata in coma che lo seguirà, senza mai riprendersi, il giorno seguente.      

Howard è stato autore di circa cinquecento opere, tra cui ben cinque cicli fantastici distinti: Kull di Valusia, Conan, Solomon Kane, il Ciclo celtico, il ciclo di James Allison e Kirby Buckner; oltre che con il fantasy epico si cimentò anche con altri generi tra cui: storie di pirati, polizieschi, western, sport, esplorazione, horror, persino cappa e spada. Nel 1930 entrò in contatto con H.P. Lovecraft a cui aveva fatto le lodi per il racconto ”I topi nel muro”, questi ricambiò con l’apprezzamento per le storie di Solomon Kane; ne nacque una fitta corrispondenza che durò per il resto della vita di Howard. Howard apprezzava a tal punto l’immaginario del cosiddetto Ciclo di Chtulhu che scrisse ben cinque racconti originali correlati.       


Schwarzenegger
Anche se non arricchì il suo autore, il successo di Conan è stato planetario e prosegue tutt'ora. Molti gli scrittori che si sono cimentati nel proseguire le sue avventure con storie apocrife (talvolta basate su soggetti o abbozzi ritrovati tra le carte dell'autore dopo la sua morte) o ambientate nel medesimo universo letterario nell'era hyboriana.

Le trasposizioni a fumetti sono state numerose, tra le più iconiche segnaliamo  le tavole realizzate da John Buscema.  A livello cinematografico ben tre trasposizioni, nel primo film "Conan il barbaro" (1982) diretto da John Milius, il personaggio è interpretato da Arnold Schwarzenegger.


[ Conan il barbaro / Robert Ervin Howard  / Mondadori ]  


L'infundibulo cronosinclastico

Kurt Vonnegut 
(1922-2007) 

Il romanzo “Le sirene di Titano” pubblicato nel 1959 dall'americano Kurt Vonnegut ha l’impianto di una storia di fantascienza: in un possibile futuro il protagonista Winston Niles Rumford si materializza e smaterializza in modo ciclico insieme al suo cane, alternandosi tra la sua casa sul pianeta Terra e il pianeta Titano. Il fenomeno è causato dal fatto che durante un viaggio spaziale è rimasto intrappolato in quello che viene definito un “infundibulo cronosinclastico”, una sorta di singolarità quantistica, una curvatura spaziotemporale dove coesistono tutte le possibilità e dove il protagonista ha scoperto il vero significato della vita sulla Terra. La smaterializzazione attira  curiosi e tra gli spettatori Rumford sceglie Malachi Constant e gli racconta il suo futuro che per quanto strano e apparentemente improbabile accadrà inesorabile. Ecco quindi dipanarsi un’epopea dell’umanità che include viaggi nello spazio e guerre spaziali.   

Una girandola di personaggi e ambientazioni stravaganti dove niente è quello che sembra e si ride parecchio.

Rumford su Titano

Quindi di che parla il romanzo? Di astronavi? No, parla di teleologia. L’agire dell’uomo è vanità, inconsapevole pedina di un disegno altrui. 

Il significato della vita come la conosciamo? Vonnegut ha un risposta geniale: è la chiamata di soccorso di un viaggiatore in panne. A questo punto potrà sembrare strano ma fidatevi il libro è bellissimo, una feroce satira sociale antimilitarista, una satira sulla religione e sulla vana prosopopea dell’agire umano.  

E le sirene? Sono ben tre e vi aspettano su Titano.   

Buonissima lettura!


[Le sirene di Titano / Kurt Vonnegut / Bompiani ]


1 ago 2021

Ancora Lem

Stanislav Lem è ampiamente riconosciuto come uno dei grandi maestri della fantascienza moderna, al suo capolavoro "Solaris" abbiamo già dedicato un altro post, questa volta consideriamo il romanzo "L'invincibile" (pubblicato nel 1964), la storia di una sfortunata missione di soccorso.


La trama,  quasi un giallo, inizia con il risveglio, dopo mesi di sonno criogenico, dell'equipaggio di una grande astronave giunta in prossimità del pianeta sul quale tempo prima era atterrata un'altra astronave di cui non si hanno più contatti. La missione è scoprire cosa è accaduto e nell'eventualità prestare soccorso. Presto l'equipaggio farà un incontro inatteso, una forma di vita aliena, una linea evolutiva alternativa, "un’evoluzione inanimata, inorganica, apsichica". Poi le cose andranno di male in peggio.

Evidentemente il cinema ha saccheggiato a tal punto la narrativa di genere che è impossibile non avvertire un senso di déjà vu, basti pensare alla missione di salvataggio di Alien (il film  diretto da Ridley Scott nel 1979). 

Lem 1921-2006

Ma il punto di forza del libro è piuttosto nella riflessione di tipo esistenziale: cos'è la mente? esiste un'evoluzione non biologica? esiste un destino? Il libro è anche un invito al pacifismo: a che pro lottare? chi è il vero aggressore?

Il protagonista pur compiendo eroicamente il suo dovere di eseguire gli ordini, nel confrontarsi con la minaccia aliena problematizza la questione “Quanti di questi fenomeni incredibili, estranei alla comprensione umana, può nascondere il cosmo? Dobbiamo proprio andare ovunque, con la potenza distruttrice delle nostre navi, per ridurre in frantumi tutto ciò che non comprendiamo?” per poi concludere: “I colpevoli siamo noi, solo noi”. 

Da leggere, anche se non vi piacciono i racconti di astronavi, potreste ricredervi.


[ L'invincibile / Stanislav Lem / Sellerio ]




Short stories di fantascienza

F. Brown 1906-1972

La Sci-Fi o per dirla all'italiana, la  fantascienza, è un genere del '900 che mescola ipotesi più o meno plausibili degli esiti dell'evoluzione tecnologico-scientifica con elementi di fantasia. Quindi non solo astronavi, ma più in generale possibili futuri, talvolta presenti distopici. Tra i grandi del genere segnalo l'americano Fredric Brown e due gustosissime raccolte di racconti brevi o brevissimi, "Cosmolinea B-1" e "Cosmolinea B-2", pubblicate in Italia nei primi anni '80 ma scritte rispettivamente negli anni 1940-50 e 1950-70. 
Fredric Brown è noto al pubblico italiano per il celebre racconto "La sentinella" (contenuto in Cosmolinea B-1), una classica lettura scolastica che utilizza l'espediente dell'inversione per spiazzare il lettore e mostrare il Bias culturale che ci prescrive immancabilmente come "i buoni". Per chi non conoscesse il racconto, suggerisco di rimediare prontamente, si trova facilmente sul web in versione integrale. A proposito, il racconto "La sentinella" scritto da Brown nel 1954  ha un precedente illustre in un racconto breve, "L'estraneo" di Howard Phillips Lovecraft scritto nel 1921, nel quale è proposta la stessa torsione prospettica, sia pur all'interno di un'ambientazione tipicamente gotica.

I racconti di questi due volumi sono vari, spesso comici, quasi sempre brevissimi, facile quindi l'associazione mentale con Jack Ritchie (campione di miniature noir), c'è n'è per tutti i gusti.  Difficile fare una classifica, tra i miei preferiti sicuramente il racconto "Margherite" del 1954, leggendolo scoprirete che "Al contrario di quanto si ritiene comunemente, le margherite sono molto pettegole.".

Consigliatissimi!

[ Cosmolinea B-1; Cosmolinea B-2 / Fredric Brown  / Mondadori ]


Dinosauri

Museo di Storia Naturale di Londra

Il passato profondo ci parla attraverso i fossili, la scoperta di scheletri ciclopici testimonia un lontanissimo passato, molto prima dell’uomo, quando il pianeta brulicava di vita con una ricca varietà di specie viventi estintesi ormai da almeno 65 milioni di anni, dopo che avevano dominato le terre emerse per un periodo superiore ai 160 milioni di anni. Se si considera che l’uomo moderno si è sviluppato in Africa circa 200.000 anni fa e che persino i nostri progenitori più antichi come, ad esempio, l’australopiteco fecero la loro comparsa al massimo 2 milioni di anni fa, allora possiamo farci un’idea dell’enorme distanza che ci separa dai giganteschi antenati di Godzilla.    

La paleontologia, ovvero quella branca delle scienze naturali che studia gli esseri viventi vissuti nel passato geologico, può a prima vista apparire quieta e polverosa come i fossili che studia, persino noiosa quando invece è popolata di curiosi personaggi: avventurieri simili Indiana Jones, scienziati e viaggiatori, predoni e contrabbandieri di fossili.   

Homo diluvii testis

Il libro “Fossili fantastici e chi li ha trovati” ripercorre la storia della paleontologia attraverso 25 scoperte tra le più importanti. Un viaggio tra mostri colossali, sfide all’ultimo ritrovamento, geniali intuizioni e solenni cantonate. La scienza si sa procede per falsificazione e anche la paleontologia non fa eccezione.   Nel 1726 lo studioso svizzero Johan Scheuchzer studiò uno scheletro fossile e arrivò a battezzarlo addirittura “homo diluvii testis” (uomo testimone del diluvio), l’idea era che quello scheletro fosse appartenuto ad uno dei giganti (tramandati dalla tradizione) perito durante il biblico Diluvio. Oggi sappiamo invece che ciò che fu scambiato per il bacino e la colonna vertebrale di un umanoide altro tre metri è in realtà lo scheletro di una  salamandra gigante vissuta tra i 5 e i 20 milioni di anni fa. 

Il potenziale attrattivo di questi scheletri preistorici è stato ampiamente sfruttato e non solo dal cinema moderno. Già nel 1800 si organizzavano diorama e ricostruzioni con i dinosauri, la maggior parte delle quali oggi sappiamo essere grandemente erronee. Oggi sappiamo che i discendenti moderni più prossimi di questi mostri preistorici sono gli uccelli ma all’epoca li si scambiò erroneamente (comprensibilmente, considerato l’aspetto a prima vista) con lucertole giganti, di qui il nome "dinosauri" (etimologicamente: lucertola straordinaria) coniato nel 1842 dal paleontologo britannico Richard Owen il quale poi nel 1870 fondò il Museo di storia naturale di Londra.  

Nel 1800 la paleontologia incominciava a prendere piede, parallelamente si scoprivano intere civiltà perdute (nel 1840 la spedizione nello Yucatán degli esploratori John Lloyd Stephens e Frederick Catherwood, che fece conoscere al mondo i resti della civiltà Maya), inoltre cresceva l’interesse per l'antico Egitto, spinto dalla riscoperta napoleonica pochi decenni prima. Poi c’era Darwin ("L'origine delle specie" è del 1859) e le scoperte di  fossili che si moltiplicavano, come lui stesso aveva pronosticato. Si scatenò persino quella che fu chiamata la "guerra degli ossi", che vide competere Edward Drinker Cope e Othniel Charles Marsh nella ricerca di sempre nuovi fossili per quasi 30 anni.  Anche sul piano dell'immaginario si consolidò persino un genere letterario, quello del “mondo perduto”, si pensi a  "Viaggio al centro della Terra" di Jules Verne che è del 1864, e ancora decenni dopo "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle pubblicato nel 1912.    

 Donald R. Prothero

Anche questo libro di Donald R. Prothero, geologo e paleontologo  Contemporaneo americano, è pieno di avventure e colpi di scena, racconta di un passato fantastico e lontano, ma autentico, scientificamente fondato, che emerge dalle rocce, frutto del lavoro e della sapienza di brillanti scienziati e specialisti. 

Si legge come un romanzo di Verne ma è tutto vero, consigliatissimo!                  


[ Fossili fantastici e chi li ha trovati / Donald R. Prothero / Aboca ]


31 lug 2021

Microplastiche e isole di rifiuti

La plastica nei mari è ormai un problema globale, un'emergenza seconda solo al cambiamento climatico. A questa emergenza non a caso è dedicato un intero obiettivo dell’"Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile", precisamente l’obiettivo n° 14, "La vita sott'acqua - Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”. 

Nel 2020 durante la pandemia, i lockdown imposti a più riprese nei paesi ad alta industrializzazione hanno mostrato in modo evidente le conseguenze dell'attività antropica: a Venezia l'acqua dei canali è tornata ad essere trasparente, gli avvistamenti di animali selvatici si sono fatti frequenti, talvolta persino nelle grandi città. Una sorta di rivincita della natura offesa. Ma è stato davvero così? Sicuramente la sospensione/riduzione di alcune attività altamente inquinanti (si pensi ai trasporti) ha reso visibile quale sia l'impatto a pieno regime, ma l'inquinamento visibile è solo la punta dell'iceberg. Il problema è gigantesco e richiede interventi urgenti e coordinati. Di questo argomento tratta il libro "Atlante mondiale della zuppa di plastica" curato dallo scienziato e attivista Michiel Roscam Abbing. 

La lettura del saggio causa un certo sgomento appena attenuato dall'allegra grafica colorata: i numeri parlano, anzi gridano! Stiamo avvelenando le acque del pianeta, no anzi, abbiamo già avvelenato gran parte dell'ecosistema e dei viventi che vi abitano, compresi noi stessi, la specie umana. Già perché quanto accade non è un cataclisma naturale ma la conseguenza dell'azione umana: la plastica è entrata nell'ecosistema, dilaga ovunque trasportata dalle acque e produce effetti nefasti. La plastica, frammentata e miniaturizzata, fin oltre la soglia del visibile umano, si trova ormai in ogni angolo del pianeta, anche a enormi distanze rispetto ai luoghi dove per la prima volta ha raggiunto un corso d'acqua. Insomma, un effetto globalizzato

Il mare Mediterraneo non è in buona salute, anche se come superficie equivale a meno del 1% della superficie dei mari nel mondo, come accumulo di rifiuti è al 6° posto. L’Italia è il secondo contributore di plastica nelle acque del Mediterraneo con 34mila tonnellate di rifiuti ogni anno, peggio solo l’Egitto con circa 85mila tonnellate annue. 

A livello planetario ogni anno entrano nei mari da 8 a 12 milioni di tonnellate di rifiuti, fatte le dovute equivalenze significa 380 Kg di rifiuti al secondo, un container da 28 tonnellate ogni minuto e mezzo. 

I rifiuti trasportati dalle correnti hanno formato dei giganteschi aggregati galleggianti, in massima parte plastica. Ci sono sette gigantesche isole di plastica dove si accumulano i rifiuti, la più grande la Great Pacific Garbage Patch, è composta da 3 milioni di tonnellate di rifiuti galleggianti, su una superficie di 700.000 km², quindi più grande della Francia, (secondo molte stime sarebbero persino più grandi). Beninteso, al crocevia delle correnti si può formare una distesa piuttosto grande e ben visibile di rifiuti galleggianti, ma "l'isola" di cui si parla (quella gigantesca, grande molti km²) è piuttosto una velenosa "zuppa di plastica”: il National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) si riferisce infatti alla "garbage patch" come un vortice di rifiuti di plastica e di detriti frantumati in piccole particelle nell'oceano. 
La plastica galleggiante corrisponde appena al 1% del totale, il 94% della plastica affonda e il 5% approda sulle coste. Il pericolo maggiore viene dallmicroplastiche che non si vedono ma sono dappertutto, arrivano dai lavaggi dei capi sintetici, dal consumo degli pneumatici, dalla frammentazione delle plastiche più grandi; finiscono in acqua, percorrono km tra laghi e fiumi, fino al mare, poi divenute invisibili vengono inghiottite dai pesci, et voilà... noi ci cibiamo dei pesci.

Siamo ancora in tempo per rimediare? Probabilmente sì ed è una buona notizia. Ma occorre agire rapidamente e insieme. Istituzioni e governi possono e devono fare molto ma la migliore risorsa sta nell'iniziativa individuale, ogni contributo è importante. La consapevolezza è il primo requisito, la cultura, anche scientifica; poi l'azione, occorre agire sui propri comportamenti, sullo stile di vita, sui propri consumi. La parola d'ordine è sostenibilità. Nel libro sono raccolte alcune esperienze concrete e qualche buona pratica. 

Una lettura consigliata per migliorare la propria conoscenza e soprattutto per trovare spunti per agire e contribuire al cambiamento. A tutti noi: bonne chance! 

[Atlante mondiale della zuppa di plastica / Michiel Roscam Abbing / Edizioni Ambiente]


29 mag 2021

L’umanità e la salute del pianeta nell’Agenda 2030

Stefano Bocchi

Leggendo il saggio “L’ospite imperfetto” scritto dal professore Stefano Bocchi (ordinario di Agrononomia all’Università di Milano, curatore scientifico del Parco della biodiversità di Expo 2015, Presidente dell’Associazione Italiana di Agroecologia AIDA) si viene condotti alla scoperta di uno strano personaggio i cui comportamenti arroganti e ingenui, sicuramente inadeguati, portano a continui disastri con esiti autolesionisti. Incontriamo dunque una sorta di Ignatius J. Reilly, protagonista del celebre romanzo “Una banda di idioti” del compianto John Kennedy Toole (se non lo avete ancora fatto, leggetelo). Ci sarebbe da ridere se non fosse che la “banda di idioti” di cui si narra nel saggio di Bocchi sono i "sapiens", ovvero noi, la specie umana…

Infatti il libro ripercorre il cosiddetto Antropocene, quella piccolissima porzione di tempo recente (rispetto al tempo globale della vita sulla Terra) in cui la nostra specie ha esercitato la propria azione nei confronti delle altre specie, dell’ecosistema, financo del pianeta stesso, conseguendo unica tra tutti i viventi il dubbio primato di mettere a rischio la propria stessa sopravvivenza, insieme a molte altre forme di vita. Certo il pianeta può fare a meno di noi, come ha fatto a meno dei dinosauri, ma il punto è che i dinosauri il meteorite non lo hanno causato loro.

La chiave del disastro e anche della possibile salvezza  è con ogni probabilità nell’agricoltura e nella dieta. Il modo in cui coltiviamo e produciamo cibo impatta pesantemente sull’ecosistema, allo stesso modo il modello di consumo alimentare, la dieta, influisce pesantemente sulla sostenibilità o insostenibilità dei processi in corso, e non parliamo di milioni di anni e neppure di secoli ma di decenni, pochissimo tempo per mitigare gli effetti negativi già in corso, quanto al rimediare sarà una sfida.   

Il tono non è apocalittico anche se la sfida è grave e urgente; c’è luce in fondo al tunnel, a cominciare dall’Agenda 2030, una straordinaria impresa umana che coinvolge attivamente 193 nazioni. C’è molto da fare, occorre agire, ma come? Ancora una volta la parola chiave è “cultura”. Certamente le Istituzioni e la tecnologia (persino il mercato, quando responsabile) possono fare la loro parte ma la cosa più importante resta l’educazione allo sviluppo sostenibile. E’ una battaglia che dobbiamo e possiamo vincere, ma potremo farlo solo insieme, con consapevolezza che ci troviamo in un contesto interconnesso, dove la salute è una, quella di tutti, e non è possibile sacrificare una parte a vantaggio dell’altra. L’equilibrio è la chiave della sostenibilità. Gli ostacoli sono molti, dall’approccio riduzionista (rifiuto della complessità e delle interdipendenze dei fenomeni), da una eccessiva fiducia nella salvezza tecnologica (utopia tecnologica) o peggio dal “vanverismo ecologico” (il parlare “a vanvera” di ecologia, reiterando cliché culturali e alimentando false credenze). Non è solo una questione di tecnica e competenze ma anche, anzi soprattutto, di giustizia, di equità tra i popoli e le persone. Una possibile medicina si diceva è la cultura, perciò si può cominciare leggendo questo libro. Buona lettura.

[ L’ospite imperfetto / Stefano Bocchi / Carocci ]

27 mag 2021

Dalla pandemia all’utilitarismo buono





In questo anno e mezzo di pandemia non sono mancati i libri a riguardo che hanno affrontato la questione da molteplici prospettive, tra questi anche il saggio “Il quarto Shock, Come un virus ha cambiato il mondo” (edito nel maggio 2020) ad opera di Sebastiano Maffettone, docente di filosofia politica alla Luiss. 

Lo shock di cui il titolo sarebbe il quarto, preceduto da altrettanto grandi cambi di paradigma nella storia dell’umanità: 
  1. la perdita della centralità nell’universo (Copernico), 
  2. la teoria evoluzionista che mortifica la presunzione umana ricollocando la specie nell’alveo della casualità (Darwin), 
  3. la teoria dell’inconscio che sottrae al soggetto la propria centralità (Freud). 
In questo senso Maffettone argomenta come il Covid-19 possa considerarsi una ulteriore crisi del paradigma, una situazione foriera di pericoli ma anche di opportunità. Il libro procede agilmente argomentando sul tema dell’etica pubblica come prospettiva di sostenibilità (e giustizia) all’interno del perimetro del modello economico capitalista. Siamo nella prospettiva del filosofo Rawls, ovvero nell’orizzonte della giustizia distributiva. Il sistema non è da “smantellare” bensì da “riformare” mediando tra istanze di sviluppo e sollecitazioni etiche. 

La visione “utilitarista” sia pur ammorbidita informa il ragionamento. In un passo si discute delle conseguenze del lockdown confrontando gli svantaggi delle non chiusure (il progredire della malattia e l’aumentare dei morti) con gli svantaggi delle chiusure (le conseguenze del blocco dell’economia). Se da un lato le conseguenze del non contenimento della pandemia sono relativamente chiare e quantificabili, più arduo è stimare le conseguenze del blocco dell’economia, ma i danni ovviamente ci sono e sono potenzialmente grandi, ad esempio si argomenta come “il petrolio, a poche settimane dalla diffusione globale del virus, è sceso da 60 a 10 dollari al barile, che a questo prezzo non conviene estrarlo e così via, si capisce che una chiusura totale può voler dire anche fame, carestia e forse milioni di morti. è quello che potrebbe succedere in Nigeria e Venezuela non troppo in là.” 

Ma leggendo resta il dubbio che qualcosa non torni, il petrolio è già arrivato in passato a superare i 100 dollari al barile, e Nigeria e Venezuela esportavano anche prima della pandemia, eppure la popolazione non se ne giovava; basti pensare ai flussi migratori dalla Nigeria all’Europa, oppure al fatto che l’aspettativa di vita in quel paese già nel 2015 fosse al 177 posto nel mondo e soprattutto che nel 2018 la Nigeria fosse diventata il paese con il più alto numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema, cioè con meno di 1,90 dollari al giorno (1,60 euro) e tutto questo nonostante la Nigeria fosse e sia una tra le nazioni più ricche d’Africa. 
Se togliamo per un momento le lenti deformanti dell’accettazione del sistema economico capitalista come un fatto indiscutibile ecco allora che alcuni passaggi del ragionamento squadernato nel saggio appaiono quantomeno più critici. Allo stesso modo fa un po’ impressione sentire liquidare come “personaggi più fantasiosi” filosofi del calibro di Herbert Marcuse, colpevole di ritenere “la dimensione capitalista non compatibile con una decente qualità della vita”
Sebastiano Maffettone

Insomma qua e là i lettore potrà produrre delle legittime resistenze, ma non mancano spunti di interesse e sicuramente Maffettone non è un Chicago Boys, anzi si sforza di proporre per l’appunto una dimensione di etica pubblica che non sacrifichi completamente l’istanza etica al totem dello sviluppo economico. Nella parte conclusiva si affronta il tema della morte sottolineando come proprio la proiezione oltre sé stessi, non solo nella discendenza diretta, ma più in generale nell’umanità (e senza prospettive mistiche o religiose) possa costituire un elemento determinante per l’etica pubblica. 
Forse che l’ideologia tanto bistrattata rivendichi la sua parte? 
Ai lettori l’ardua sentenza.


[“Il quarto Shock, Come un virus ha cambiato il mondo” / Stefano Maffettone / Luiss University Press ]

14 gen 2016

Patagonia impossibile: a mani nude sul Cerro Torre - di David Lama

La Patagonia è da sempre una terra avvolta nel mito: lembo estremo a sud rivolto verso il Polo, una natura incontaminata selvaggia che ha opposto resistenza indomabile alla presenza umana che infatti in queste aree è ridotta al minimo. Non deve stupire il fatto che le montagne che ergono le proprie pareti di roccia verticale, tra ghiacciai permanenti e venti fortissimi in un paesaggio di rara bellezza, continuino a essere un obiettivo molto ambito da parte degli scalatori ed esploratori di ogni tempo.
Qui il ventenne David Lama ha realizzato l'impossibile: la scalata in libera del Cerro Torre.

Il Cerro Torre è una montagna che ha una valenza simbolica nella storia dell’alpinismo, i suoi 3.128 metri terminano in vetta con una parete di roccia quasi perfettamente verticale di almeno 900 metri sormontata da un fungo di ghiaccio perenne, una situazione che la rende tra le montagne più  spettacolari da scalare ma anche tra le più inaccessibili a causa delle pessime condizioni metereologiche generali (le tormente sono frequenti e i giorni di sole pochissimi) con temperature rigide e venti fortissimi.

Nel 1959 l’italiano Cesare Maestri affermò di avere raggiunto la cima ma non potè esibire altra prova che la sua parola dal momento che il compagno giunto in vetta con lui era morto durante la discesa a causa di una valanga che fece smarrire anche la macchina fotografica con le prove del risultato. Anche questa battaglia sembrava finalmente vinta ma a partire dal 1968 (quando una cordata fallì l'impresa da una via alternativa benché ritenuta molto più facile della via percorsa da maestri) furono fatte molte illazioni sulla vicenda e sollevati dubbi sulla onestà di Maestri.

Maestri e il famigerato compressore
 abbandonato appeso alla parete da oltre 40 anni
Per questo motivo nel 1970 lo scalatore ritornò in Patagonia e volle dimostrare di potere scalare nuovamente la vetta addirittura da una via più proibitiva, quella sud/est, l’impresa ebbe successo ma la modalità con cui fu ottenuto il risultato creò infinite polemiche negli anni a venire. Maestri infatti cambiando linea di salita non potè sgombrare i dubbi sulla sua “prima” inoltre la parete di granito verticale che porta alla sommità del Cerro Torre fu scalata con l’ausilio di un compressore di oltre 100 kg che servì a piantare centinaia di chiodi per assicurare la salita fino in vetta (la celebre via è infatti detta "del compressore" che è tuttora appeso sul percorso), per non parlare poi del fatto che al termine della roccia Maestri non ritenne di dovere scalare il fungo di ghiaccio sommitale (che non considerava parte della montagna) e quindi la sua salita si fermò lì. Altro elemento che contribuì alle polemiche fu il fatto che Maestri scendendo dalla vetta spezzò i chiodi degli ultimi 30 metri di parete, un gesto sprezzante verso chi aveva messo in dubbio le sue precedenti affermazioni.

Le polemiche che seguirono furono feroci e continuano tutt’ora, un continuo amplificarsi di dubbi segnati anche dal fatto che le prove materiali (la linea dei chiodi e delle corde fisse lasciate nel 1959) rintracciate successivamente sembravano smentire il racconto di Maestri, nel 2005 infatti una cordata percorse per alcuni tratti la presunta via Maestri della prima salita alla vetta, ma non trovò traccia di chiodi o corde o altri segnali che potessero testimoniare un precedente passaggio.
Anche l'impresa del 1970 alimentò la polemica,  per molti alpinisti e scalatori di tutto il mondo la "via del compressore" costituiva uno scandalo: chi parlava di violenza inflitta alla montagna, chi di anti sportività, chi di risultato falsato, chi peggio.
Tra i molti detrattori anche Reinhold Messner sostenitore del cosiddetto "stile alpino" (ovvero uso di mezzi tecnici ridotto al minimo indispensabile) e il grande Alex Huber (protagonista in libera di ascese considerate impossibili) che a proposito dei famigerati chiodi di Maestri parlò di “una ferrata sul Cerro Torre” e soprattutto anch’egli come Messner valutò l’ascesa in libera probabilmente impossibile (anche per le condizioni climatiche e per la roccia farinosa e instabile).


Nell’ambito di questo scenario possiamo finalmente comprendere la grandezza e a un tempo la problematicità dell’impresa del giovanissimo David Lama che ne 2012 è riuscito in un scalata ritenuta impossibile: la salita in libera del Cerro Torre nel 2012.
David Lama "in libera" sul Cerro Torre (Patagonia 2012)
Nel libro è lo stesso Lama che ripercorre la sua impresa, dalla prima baldanzosa dichiarazione di intenti ai i tre anni di tentativi, fino al successo finale. Un processo di maturazione personale e professionale che lo ha visto al centro di polemiche fortissime sul ruolo dello scalatore e soprattutto dello sponsor Red Bull, che fin dall’inizio programmava la ripresa della salita per la realizzazione del documentario che in effettti e poi stato girato.

Una storia emozionante che indaga in parte anche la filosofia dell’arrampicata e le sue implicazioni etiche, parallelamente al resoconto di un gesto atletico senza precedenti e probabilmente molto difficile da replicare.

[ FREE - Il Cerro Torre e io / David Lama / Corbaccio ]

12 gen 2016

Radicalismo islamico - di Davide Tacchini

In questo libro si ripercorre la storia del radicalismo islamico con particolare riferimento alla figura dell'egiziano Sayyd Qutb, martire dell’Islam (fu impiccato dal governo egiziano di Nasser nel 1966 a seguito dell’arresto per aver progettato di destabilizzare lo stato). Qutb partito da posizioni di maggiore medietà finì per radicalizzarsi, specie dopo l’esperienza (sicuramente difficile) delle ripetute carcerazioni e del “tradimento” politico del gruppo dei “Fratelli musulmani” da parte del governo Nasser.      Nel libro si riporta la prima traduzione traduzione completa (in lingua occidentale) del diario americano di Qutb, egli infatti si recò nel 1948 negli USA per studiare pedagogia moderna.  Nei tre anni del suo soggiorno americano Qutb subì un vero e proprio shock culturale impattando con la società americana, tanto che invece di una maggiore apertura l’esperienza lo spinse a radicalizzare ulteriormente il proprio pensiero, di questo "rimbalzo" culturale è testimone il breve scritto che Qutb pubblicò con il titolo “L’America che ho visto”  e che diventò (ed è ancora) lo scritto sul quale il mondo islamico ha costruito il proprio immaginario dell’occidente.
Evidentemente nel libro si mettono in evidenza alcuni elementi di particolare “distanza” rispetto alle possibilità di dialogo tra culture, l’impianto generale non è quello di evidenziare le differenze a discapito dei possibili punti di contatto e quindi di dialogo, piuttosto si riporta alla necessità di considerare anche quegli elementi (minoritari ma forti) che costituiscono tuttavia la base della apologetica musulmana,  che si replica quasi invariata in chiave anti cristiana e anti occidentale da quasi 10 secoli. L’istanza di autoreferenzialità dell’Islam radicale cade in realtà nella fascinazione (o nell’umiliazione) del divario tecnologico, iconico e culturale esibito dall’Occidente, per questo anche il radicalismo finisce per ricalcarne alcuni costrutti, la modernità è un fatto che non può essere ignorato.  Il radicalismo islamico in alcune forme non rivendica un ritorno al medioevo tradizionale, ma fa propri gli strumenti della modernità (la tecnica, l’economia) nel tentativo di tracciare una via alternativa autarchica di matrice islamista (con tutte le contraddizioni che può comportare).

Questo tema di spinta di emancipazione, rifiuto dell’altro, istanza esclusivista, e in ultima analisi questa prospettiva disperata di rappropriazione di un proprio “ecosistema culturale” che viene vissuto come minacciato su ogni fronte (compreso quello interno dei musulmani meno radicali) rilancia la propria azione fino alle estreme conseguenze in una logica di cancellazione (potremmo dire: eliminazione) della differenza/divergenza anche più piccola. Questa spinta radicale è figlia in Qutb almeno in parte della disperazione provata nel periodo delle carcerazioni quando provato nel corpo e nello spirito non vedeva probabilmente più alcuna speranza nel compromesso e nel dialogo. Quasi un voler ripagare con la stessa moneta un nemico che a suo modo di vedere non mirava ad altro che al suo annichilimento/annientamento definitvo.  L’influenza di Qutb nella apologetica islamista radicale è assolutamente evidente, anche nelle formazioni più recenti da Al Qaeda al sedicente Califfato Islamico (Isis). Questo libro contribuisce a comprendere meglio sia il punto di vista sia il meccanismo attraverso il quale si può arrivare a posiziono estremiste come quelle che non cessano di preoccupare (e insanguinare) gran parte del mondo occidentale e non solo.

Sayyd Qutb (1906-1966)
Nel libro emerge chiaramente come l’elemento cardine sia la pretesa totalitaria dell'Islam come orizzonte unico per la vita sociale, al punto che seppure in qualche caso sono concesse trasgressioni individuali/private, nessuna licenza è permessa a livello sociale/pubblico, ma trattandosi di minaccia non a un ordine umano bensì divino, non c'è spazio per la compassione e la tolleranza, da qui il valore esemplare dell’uso della violenza anche estrema, anche teatralizzata come le aberranti gesta dell’isis mediatico stanno a dimostrare. Si tratta di un saggio che offre molti spunti di riflessione e soprattutto di conoscenza su questioni che sull'onda del terrorismo internazionale impattano ormai su scala globale.


Per concludere riportiamo qui alcuni dati eclatanti (non li troverete nel libro) ottenuti da un recente studio del dipartimento di psicologia dell’Universita di Chicago che ha coinvolto sei nazioni (Canada, Cina, Usa, Giordania, Turchia, Sud Africa). Ad esempio in un esperimento sono stati coinvolti dei bambini mostrandogli dei filmati nei quali alcuni loro coetanei spintonavano (volontariamente o no, a seconda dei casi), poi è stato chiesto agli spettatori di valutare l’eventuale livello di cattiveria dei protagonisti e/o l’opportunità di una punizione per il colpevole del gesto. Il risultato è stato che i bambini religiosi, e in misura leggermente maggiore quelli di credo islamico rispetto a quello cristiano, sanzionavano moralmente il gesto e il suo autore (fino a considerare eventuali punizioni anche se il gesto era involontario), mentre i bambini non religiosi mostravano maggiore tolleranza. Un altro esperimento metteva in scena il "gioco del dittatore", che misura l’altruismo, laddove alcuni bambini dispongono esclusivamente di un gioco e possono se vogliono condividerlo, rinunciandoci in parte, con altri bambini. Risultato: anche in questo caso i bambini religiosi condividevano meno degli atei. A questi risultati si affianca il fenomeno diametralmente opposto della percezione dei genitori relativamente ai propri figli, ovvero i genitori religiosi sovrastimano rispetto ai genitori atei  la moralità dei propri figli attribuendo erroneamente ai bambini religiosi un maggiore livello di generosità e di empatia verso i propri coetanei. 

Il direttore dell’esperimento Jean Decty ne conclude che il fenomeno si spiega con il meccanismo della “licenza morale” laddove più si è sereni sulla propria condotta meno si è urtati dalle trasgressioni altrui, e parallelamente diventa elemento di disinibizione personale del proprio egoismo e minore socialità laddove si suppone che non sia necessario farsene carico in prima persona laddove c’è già una religione (o Dio) che se ne occupa. 







10 gen 2016

La realtà non è come ci appare - di Carlo Rovelli

Un bellissimo libro scientifico divulgativo, accessibile anche a chi non mastica fisica e matematica a colazione, che illustra la frontiera della conoscenza scientifica nell'ambito delle teorie dalla fisica contemporanea e con particolare riguardo alla fisica quantistica e sue ultime propaggini ed evoluzioni, nello specifico la “Teoria dei campi quantistici covarianti“ una delle principali linee di ricerca in “gravità quantistica a loop” di cui l’autore è uno dei fondatori.

L’autore, l'italiano Carlo Rovelli ha il dono di rendere accessibile la complessità senza stravolgerla, nel libro traccia la storia della fisica partendo dal filosofo Anassimandro (610 a.C. - 546 a.C) fino ad arrivare alle più ardite teorie contemporanee in un crescendo di meraviglia dove l’umanità, sempre più consapevole di “sapere di non sapere”, riesce tuttavia progressivamente a gettare uno sguardo sulla realtà andando oltre l’apparenza e facendosi forte dell’incredibile genio di alcuni uomini straordinari, e di tantissimi altri che ne hanno faticosamente e tenacemente limato e verificato le intuizioni.

Preparatevi ad incontrare menti straordinarie (solo per nominarne alcuni: Galileo, Newton, Faraday, Einstein, Dirac) e a scoprire un mondo fatto di meraviglie: forze planetarie operanti nello spazio cosmico come nel piccolissimo subatomico, materia che diventa luce, lo spazio che curva, il tempo che cambia velocità fino a fermarsi, particelle che non sono in nessun luogo o in più di uno contemporaneamente, spazio a quattro dimensioni, etc.

Il 2015 è stato l’anno di Einstein o meglio l’anno in cui cadeva la ricorrenza sulla celeberrima “Teoria della relatività” che Albert Einstein presentò nel 1915, si tratta della “teoria della relatività generale” evoluzione e perfezionamento della “Teoria della relatività ristretta” che il venticinquenne Albert aveva già presentato 10 anni prima nel 1905.

Albert Einstein ()
Nel corso dei 100 anni dalla sua formulazione, la teoria di Einstein ha ottenuto molteplici conferme sperimentali, tuttavia il cambio di prospettiva che impone e in special modo il divario tra ciò che appare e ciò che (grazie alla teoria, alle formule matematiche e agli esperimenti) ora sappiamo essere la realtà, rimane per la maggior parte delle persone difficile da digerire e persino immaginare. Non c’è dubbio che in questo senso la fisica dei quanti (introdotta proprio da Einstein) richieda uno sforzo di immaginazione e astrazione decisamente contro intuitivo che descrive un mondo strano con regole ancora più strane, eppure la matematica ci conferma che non solo possiamo calcolare con precisione alcuni fenomeni ma persino predirli, come gli esperimenti di questi ultimi decenni hanno confermato.

Valga come consolazione il fatto che lo stesso Einstein si sforzò di trovare una soluzione alternativa alla fisica quantistica sebbene fu il primo a teorizzarla proprio in un articolo del 1905 dove assumeva che i quanti di Planck non fossero solo un escamotage matematico di successo ma rappresentasse appunto qualcosa di reale, proprio considerandoli reali tutta la teoria (e le equazioni) funzionavano meglio e diventavano coerenti senza misteri.

Anche nella maturità, molti anni dopo la formulazione della sua teoria della relatività generale e quando ormai la fisica quantistica si poteva considerare sostanzialmente condivisa e affermata, Einstein non fece mistero di avere delle riserve in proposito: sospettava che nella fisica quantistica si annidasse un qualche profondo equivoco, un’incomprensione che la rendeva eccessivamente complessa (e in effetti sul piano matematico è davvero impegnativa) e poco chiara sul senso complessivo.

Le ipotesi su cui la comunità scientifica si sta applicando sono molteplici, tra queste la “teoria delle stringhe” e  “la teoria della gravità quantistica”, di quest’ultima si occupa questo libro e in specifico della “Teoria dei campi quantistici covarianti”.

Una lettura consigliatissima per tutti, perché scoprire con l’aiuto delle menti migliori della storia, che come recita il titolo del libro: “La realtà non è come ci appare”.



9 gen 2016

Auguri per il 2016


I migliori auguri a tutti per il nuovo anno!

in queste ultime settimane abbiamo ultimato la lettura di moltissimi libri di cui vi daremo conto nelle prossime recensioni,

rinnoviamo a tutti l'invito a segnalarci le vostre letture preferite

intanto di nuovo BUON 2016 !

ciao!



29 ott 2015

Halloween - Consigli alternativi di lettura

Halloween alle porte ed è tutto un fermento di mascherate paurose o divertenti, con l'immancabile Trick or Treat - dolcetto o scherzetto - d'importazione americana.
Per gli appassionati del genere e non solo vogliamo suggerire alcune letture alternative e originali.

Buona paura a tutti!


  • La maschera della morte rossa - Ancora un super classico ma questa volta in una raffinata versione Graphic novel. Un'interpretazione del celebre racconto di Edgard Allan Poe del 1842, maestro indiscusso del genere, di grande forza espressiva. Per ragazzi e adulti. [La maschera della morte rossa - Editore Kleiner Flug] 
  • Il giovane Lovecraft -  Divertentissime strisce umoristiche dedicate al sognatore di Providence, H.P. Lovecraft, nei disegni degli spagnoli di José Oliver e Bartolo Torres, lo scrittore bambino si trastulla con i Grandi Antichi e altri "originali" amichetti. Ispirato al ciclo di Cthulhu di cui il celebre racconto "Il richiamo di Cthulhu" del 1926. [Il giovane Lovecraft -di José Oliver e Bartolo Torres-  Edizioni Diabolo]
  • Sinistre presenze. 17 racconti horror impegnati - un'interessante raccolta che pur muovendo trai i generi canonici, antichi e moderni (gotico, splatter, weird, etc.) affronta temi quali le vittime di incidenti stradali, il dramma dei migranti morti in mare, le guerre nei Balcani, le infermiere della “dolce morte”, gli ultras violenti delle squadre di calcio, le sparizioni e i misteri dell’America Latina. [Sinistre presenze - AA.VV. - Bietti editore]

infine segnaliamo:

Guida alla letteratura horror, dal settecento ai giorni nostri, 480 pagine per tutti i gusti. [Guida alla letteratura horror - a cura di: Gian Filippo Pizzo - Odoya]




1 ott 2015

Inferno bianco in Alaska

Monte Denali (McKinley) 6.194 m. - Alaska
Non molto tempo fa i media hanno nominato questa zona dell'Alaska per la decisione di Obama di riportare il monte McKinley al suo originario nome indiano Denali (che significa cima più alta), ma al di là della polemica sterile sui diritti di denominazione del senatore McKinley e suoi sodali, questo monte rimane una delle cime più sfidanti per gli scalatori.
Le difficoltà non hanno tanto a che fare con l'altitudine, la vetta è di soli (si fa per dire) 6.194 metri, la vera sfida è data dalle particolari condizioni ambientali: estrema latitudine nord (qui fa freddo anche in basso), vicinanza del mare, esposizione ai venti.

Furono proprio la combinazione diabolica di questi elementi a creare il 18 luglio 1967 una vera e propria tempesta perfetta in quota quando i venti compressi tra i canaloni di roccia e ghiaccio arrivarono a soffiare a 450km/h, condizioni estreme se si pensa cosa può volere dire trovarsi stremati dalla fatica a 6mila metri, esposti al gelo, senza potersi muovere, mentre l'altitudine di suo ha già iniziato a uccidere lentamente con gli edemi polmonari, per il solo fatto di essersi trattenuti troppo tempo in quota, un vero incubo che lascia poche vie d'uscita.
Questo fu esattamente ciò che accadde a una spedizione nell'estate del 1967, la cordata arrivò in vetta in due tempi diversi, ma il secondo gruppo fu investito dalla tempesta poco sotto la cima mentre affrontava la discesa, non ebbero scampo. Il primo gruppo era sceso qualche ora prima e quando si scatenò l'inferno qualcuno tentò eroicamente la risalita per soccorrere amici e colleghi, non poté salvarli ma incredibilmente riuscì a salire e a tornare indietro vivo pur tra mille difficoltà.

La vicenda evidenzia senz'altro come le condizioni precarie dell'epoca sul piano tecnico, dell'organizzazione dei soccorsi, e anche delle dotazioni personali degli scalatori, possono sembrare incredibilmente approssimative ai contemporanei. Una situazione che ha delle analogie con la famigerata parete nord dell'Eiger negli anni precedenti all'avvento dell'elisoccorso e dei materiali speciali (sistemi di localizzazione, telefoni satellitari, corde speciali, verricelli, abbigliamento termico, etc.).  Niente magie tecnologiche, in quel disorientante gelido turbine bianco solo l'incrollabile forza di volontà poté sorreggere i sopravvissuti fino alla salvezza.

Sia pur nella tragedia l'impresa fu senz'altro straordinaria, un impari confronto uomo e natura.

Il libro ricostruisce gli eventi con accuratezza, l'autore è il figlio dell’allora direttore del Denali National Park. Dal minuzioso incrocio delle registrazioni delle comunicazioni radio, dei resoconti meteo e delle testimonianze dirette raccolte dall'autore, emerge il coraggio di scalatori e soccorritori impegnati in una lotta con una una tempesta dalla violenza straordinaria, assolutamente senza precedenti.







28 set 2015

Il creatore - di Gudrún Eva Mínervudóttir

Il lago glaciale di Jökulsárlón - Islanda
In questo libro della talentuosa scrittrice islandese Gudrún Eva Mínervudóttir si racconta di due solitudini che si scontrano e incontrano per uno scherzo del destino, un guasto all'auto di lei proprio in corrispondenza della casa/laboratorio di lui.

Il creatore, è un aspirante artista disilluso, che non riuscendo nella carriera canonica vive isolato, come un orso bianco, dedicandosi alla creazione di splendide ragazze in silicone per il piacere di clienti dai gusti particolari, tristi figuri, anch'essi non c'è da dubitarne, molto soli.
Da parte sua la donna, sola con due figlie, separata dal marito, lotta con una situazione difficile nel rapporto con la figlia maggiore preda di un male subdolo e difficile: l'anoressia.

Due solitudini appunto che si incrociano per caso e che per qualche labile momento si offrono sostegno e calore reciproco. 
A fare da sfondo alla storia la natura bellissima e feroce dell'Islanda, capace di violente tormente di neve come quella che costringerà protagonisti a un'inaspettata convivenza forzata.

Una bella storia, fredda, dal paese dei ghiacci.

Consigliato! 

[ Il creatore  / di Gudrún Eva Mínervudóttir / Scritturapura ]