28 feb 2012

Alla guida dell’Einaudi - di Mimmo Fiorino


Mi trovavo in un piccolo paese montano, ultimo avamposto abitato in una stretta valle delle alpi piemontesi, a Prali (1455 metri e 266 abitanti), quando ho fatto la conoscenza dell’autore di questo libro. In  agosto il piccolo borgo ospita infatti ormai da molti anni una bella rassegna libraria "Pralibro" organizzata da alcune librerie torinesi in collaborazione con la comunità valdese, qui nel 2011 Mimmo Fiorino presentava il suo libro, una raccolta di ricordi di quando era autista personale del celebre editore Giulio Einaudi. Mimmo e l’editore, allo stesso tempo vicini e lontani, sono due persone diversissime ma accomunate dalle lunghe ore di viaggio passate insieme, a volte viaggiano in due soli, altre volte viaggiano con loro personaggi famosi. Quella di Mimmo con il dottore Einaudi è più di un semplice lavoro, è la storia di un’amicizia improbabile, solida e sincera. Scorrazzando Einaudi e i suoi ospiti Mimmo viene in contatto con un mondo che non potrebbe esser più lontano dalla sua quotidianità, le ville meravigliose, i pasti con in tartufi bianchi, le riunioni d’affari, le frequentazioni con scrittori e intellettuali. La prosa di Mimmo è diretta e semplice, e come lui stesso ammette, la versione pubblicata è frutto di una revisione stilistica altrui, un’ottimo lavoro per carità, ma avendo conosciuto l‘autore avrei preferito una più diretta trasposizione di quel linguaggio schietto, meno elaborato ma vivo e colorito dell’originale. Mimmo è davvero una forza della natura quanto a simpatia, ipnotizza la sala e il tempo scorre in allegria, è una star inconsapevole.
Il bello di questo libretto delizioso sta nel fatto che ciò che viene raccontato è tutto vero, un racconto di vita romantico e malinconico, in una miscela davvero divertente, di leggerezza e di apprezzabile innocenza dello sguardo.
Giulio Einaudi
Il gioco di contrasti segna tutta la vicenda: il sig. Fiorino è un immigrato meridionale a Torino negli anni in cui l’orgogliosa ex capitale sabauda non era tenera con chi arrivava dal sud: troppe differenze, troppe diffidenze, troppe incomprensioni. Impiegato in Einaudi diventa l’autista personale del “Dottore”, un uomo che si rivelerà molto diverso dai farseschi mega direttori galattici di fantozziana memoria. E’ l’inizio di un rapporto ultra decennale in cui si realizza un’inaspettata sintonia. Ciascuno porta con sé un mondo lontanissimo da quello dell’altro, quasi un gioco di opposti: il nord vs il sud; la cultura vs l’ignoranza di chi non ha potuto studiare granché; la ricchezza vs la fatica di sopravvivere di chi (specie nei primi anni da immigrato al nord) deve lottare ogni giorno senza lesinare sacrifici e rinunce; l’introversione vs la calda espansività. Separano i protagonisti marcatissime distanze: di censo, di posizione sociale, di posizione gerarchica sul lavoro, di prospettiva, di relazioni, di consuetudini, di svaghi, di problemi, di possibilità; tuttavia condividono la breve solitudine dei lunghi viaggi in auto, una convivenza forzata e per certi versi innaturale, in uno spazio ristretto. Una parte delle loro vite così diverse trascorre  qiuindi insieme, un’occasione di confronto, di ascolto reciproco che produce stupori nei protagonisti e qualche tenerezza nei lettori.

Una storia vera, deliziosa e divertente, tanto piena di spunti che potrebbe sembrare inventata, quasi una fiaba; la storia di un’amicizia che vede nell’autore il testimone  orgoglioso e malinconico di un mondo per lui scomparso insieme a Einaudi. Chiudendo la presentazione del libro è lo stesso Mimmo a spiegare quasi con queste stesse parole “io ero orgoglioso di lavorare in Einaudi. Anche se facevo solo l’autista, mi sentivo parte di qualcosa di buono e di grande. Ora tutto è cambiato”.

Il padre della Sabrina del celebre film del 1954 con Audrey Hepburn e Humprey Bogart insegnava alla figlia di non dimenticare mai che la vita è come l’automobile ci sono i posti davanti e quelli dietro, che separano i signori dalle altre persone; la storia di Mimmo autista di Giulio Einaudi dimostra che un contatto tra i due mondi è possibile e proficuo per entrambe le parti anche fuori dalle finzioni cinematografiche.
[ Alla guida dell’Einaudi / Mimmo Fiorino / Mondadori ]

24 feb 2012

La teoria dell’1% - di Frédérich H. Fajardie


Frédérich H.Fajardie 

Scritto nel 1979 e finalmente nel 2011 alla prima edizione italiana (Editore Aìsara), con questo romanzo si dà ufficialmente l’avvio alla serie di noir con protagonista Tonio Padovani iniziata con “Assassini di sbirri” (scritto nel 1975). 
Il tempo è passato anche per il protagonista ora promosso di grado e rifugiatosi nella provincia francese, lontano dalle tensioni sociali delle grandi città, quando una serie di efferati omicidi realizzati con strane e teatrali modalità giunge a portare scompiglio nell’altrimenti placida e noiosa quiete del paesino della Normandia in cui è andato a vivere.

Il buon Padovani intuisce subito che il movente deve essere cercato in quel sostrato fatto di silenzi e omissioni che copre il lato oscuro della solo apparentemente innocua vita dalla provincia francese. 
Per le indagini chiama a supporto alcuni colleghi dalla città, quasi un’armata Brancaleone fatta di agenti dai modi spicci, senz’altro pesci fuor d’acqua in provincia e la cui palese alterità con il contesto salta all’occhio non esattamente accomodante  e amichevole degli autoctoni. 
In un crescendo di efferati omicidi il ventre molle della provincia francese incomincia a lasciare trasparire le suo ombre peggiori, la diffidenza, la giustizia come fatto privato, i segreti, i pettegolezzi, il razzismo (uno dei poliziotti al seguito di Padovani è di colore), i fantasmi del collaborazionismo. 

Come già il precedente romanzo anche questo si distingue più per l’affresco di critica sociale che per la trama mistery (peraltro godibile) dove la crudezza degli omicidi rispecchia l’infamia dei segreti della piccola comunità.
Ancora una volta la distinzione tra buoni e cattivi si fa fragile, dubbia, rischia di rovesciarsi nel suo contrario. 
Chi può dirsi davvero innocente? 
La morte, come cessazione di ogni possibilità, verrà a riportare un qualche tipo di ordine, ma una volta guardato nell’abisso non sarà più possibile continuare a fingere che tutto va bene. 
Ottima lettura, che fa riflettere su un passato che non passa.
La questione è tanto più aperta oggi a distanza di decenni anche in Italia a causa dell’attenuarsi del livello di attenzione verso questi temi che sono purtroppo tutt’altro che sorpassati.

[ La teoria dell’1% / Frédérich H.Fajardie / Aìsara ]

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  - Curiosità -  
Per associazione di idee il libro mi ha fatto ricordare un bel film di Resnais del 1959 del quale vi raccomando la visione, il titolo è “Hiroshima mon amour”, soggetto e sceneggiatura sono di Marguerite Duras.

17 feb 2012

Triangolo di lettere - Carteggio di Friedrich Nietzsche, Lou Von Salomé e Paul Rée.

Il volume raccoglie per la prima volta lettere, diari e altri documenti del periodo compreso tra il 1875 e il 1884 e in particolare si concentra sul carteggio tra i protagonisti di questo “ménage a trois” nel periodo aprile/ottobre 1882 quando la relazione tra Friedrich Nietzsche, Lou Andreas-Salomè e Paul Rée toccò l’apice. 
La storia è quella di un presunto triangolo amoroso, su cui si specula da oltre un secolo e rispetto al quale per la prima volta si rendono disponibili alcuni documenti di verifica, ma per la gioia dei sognatori il caso resta per il momento irrisolto, le autocensure, la cautela e l'ambiguità degli scritti lasciano infatti spazio tanto ai pettegolezzi pruriginosi quanto alle più disparate illazioni psicanalitiche. 
Lou
Nei fatti la tensione tra i tre e specie in Nietzsche è palpabile, l’attrazione innegabile e innegata come anche il rifiuto opposto da Lou a Nietzsche. Ma l’interesse per queste lettere sta nell’emergere inequivocabile nel trio della personalità geniale (e riconosciuta tale sia da Paul che da Lou) del filosofo dell’eterno ritorno; forse proprio questa superiorità intellettuale, questa distanza, pregiudicarono una possibile relazione, oppure più semplicemente fu la differenza di età. Paul Rée splende ma solo di riflesso per l’intensa luce proiettata dall’amico Nietzsche, tuttavia la bella, colta, arguta e intelligente (e pure peperina) Lou, lo preferisce al pensatore, perché? Eppure Lou aveva sviluppato con Nietzsche una significativa sintonia di spiriti, tanto da far intravedere a lui una possibilità, l’unica che abbia sognato concedersi: per Nietzsche infatti Lou è il solo essere femminile che può comprenderlo e pertanto desidera iniziarla al suo pensiero abissale, poi chissà... Forse la gioventù della ragazza (Nietzsche ha 38 anni, Lou 21 e Paul Rée 32), forse il carattere ombroso di Nietzsche, forse semplicemente l’incontro è al tempo sbagliato, “inattuale” come le dissertazioni del filosofo. Quel che è certo che dall’abisso della delusione sorge l’opera più ambiziosa e sciamanica del grande pensatore tedesco, di lì a poco infatti scriverà i primo libro del suo “Così parlò Zarathustra”. 
Lou Andreas-Salomé - Paul Rée - Friedrich Nietzsche
Nei suoi celebri seminari del 1934 sullo Zarathustra di Nietzsche, Carl Gustav Jung noterà fin dalle prime pagine una corrispondenza biografica tra lo scrittore e il personaggio: proprio in apertura del  primo libro è scritto che Zarathustra si recò sui monti quando aveva 30 anni per rimanerci 10 anni fino a quando volle tornare uomo, dando inizio al suo tramonto e trasfigurazione, a passo di danza, ritornato bambino. L’età di Zarathustra coincide con quella di Nietzsche all’epoca della stesura del libro.  
Osiamo aggiungere che anche il riferimento alla solitudine autoimposta sembra corrispondere a una rielaborazione creativa del rifiuto ricevuto da Lou: Nietzsche si attribuisce il compito (il destino) di trascendere l’uomo e annunciare il super uomo (l’uomo ulteriore), un compito super umano appunto che non tollera compagni di viaggio o distrazioni, un compito in vista del quali ci si fortifica in solitudine, preparandosi ad un annuncio inevitabilmente prematuro e inattuale, il destino di non essere capito.
L’amore non corrisposto di Nietzsche non cessa di creare spunti e suggestioni, in fondo c’è un che di romantico nell’immaginare per il baffuto pensatore tedesco in compagnia della frizzante giovane russa dei suoi sogni. 
Lou Von Salomé
A tal proposito segnalo un romanzo sull’amore sfortunato di Nietzsche dal titolo “Le lacrime di Nietzsche” di Yalom Irvin, edito da Neri Pozza, in cui si immagina Nietzsche alle prese con una difficile ma infine vittoriosa psicoterapia.

Il fascino di Lou ebbe numerose vittime: la convivenza con Rée non durò e lui  lasciato e non seppe riprendersi dalla delusione; la relazione successiva finì con un tentativo di suicidio da parte di lui al momento della separazione e così via. Tra i tanti che si innamorarono di lei anche il poeta Rilke.
Discepola di Freud, Lou Andreas-Salomé pubblicò numerose poesie e saggi di argomento psicanalitico; tra le opere segnaliamo una pregevole biografia su Nietzsche (e sul suo pensiero) disponibile in italiano nella edizione della SE.
[ Triangolo di lettere / Carteggio di Friedrich Nietzsche, Lou Von Salomé e Paul Rée / Adelphi ]

13 feb 2012

Olga la rossa, l'amore come ossessione

Olga la rossa (titolo originale "Turks fruit") è la storia di un ossessione, quella del protagonista per la sua fidanzata; linguaggio esplicito e sessualità ostentata, il libro deflagrò come una bomba tra i borghesi benpensanti nell'Olanda del 1969. 

Jan Wolkers
Il racconto romantico e disperato (ma non sdolcinato) , si apre con una frenetica galleria di exploit sessuali occasionali con cui il protagonista cerca di anestetizzare il dolore (e vendicare l'affronto) per essere stato lasciato dalla sua fidanzata, la rossa Olga, cosa che lo aveva gettato nel più cieco abbrutimento. Il protagonista è uno squattrinato artista (uno scultore che vive ad Amsterdam) il quale narra in prima persona quasi, come uno sfogo personale, la sua vicenda di innamorato pazzo, di sesso forsennato e vera e propria adorazione della giovane rossa con cui convive fino alla rottura. Nel suo racconto tutto rimanda ad Olga: che sia un ricordo della vita insieme, romantico, dolce, carnale, oppure il livore del dopo rottura. Olga è il paradiso e l'inferno: luminosa e bellissima come solo l'amore può plasmare l'oggetto del desiderio, ma anche crudele e imperdonabile come l'orgoglio ferito di lui. A canalizzare la gelosia e l'ansia di possesso del protagonista si erge la figura della madre di lei, elevata a vera e propria personificazione della strega che cospira e corrompe, causando la rottura. Ritratta con perfidia, la suocera incarna letteralmente il male, sia quello morale (spinge la figlia a matrimoni di interesse con uomini più vecchi ma  facoltosi) sia quello fisico (il cancro che l'ha menomata al seno, ucciderà la figlia dopo averne cancellato la sfolgorante bellezza). 
Il vivace realismo tanto delle scene di sesso quanto dei presagi di morte e la malattia di lei,  bilanciano la sfrenata megalomania proiettiva di cui il protagonista investe tanto l'oggetto del proprio desiderio quanto sé stesso. Il risultato finale è un racconto vivido, a tinte forti e senza ombre, crudo fino a fare male ed esplosivamente romantico e sensuale. Il libro può considerarsi un espressione del clima culturale del tempo, la liberazione sessuale: comportamenti liberi e aperti e schiettezza di linguaggio che furono vera è propria rivoluzione e liberazione.
L'autore olandese Jan Wolkers (1925-2007) è stato uno scultore, pittore e scrittore; la storia d'amore di "Turks fruit" è in una certa misura autobiografica, Wolkers cadde in una brutta depressione quando nel 1960 Annemarie Nauta interruppe la relazione dopo due anni di matrimonio. Le scorribande sessuali, l'ossessione perdurante e persino i dolorosi colloqui con la ex sono un fatto biografico (Wolker arrivò addirittura a registrare questi colloqui, forse già meditando di scrivere il romanzo), ma per quanto Wolkers abbia affermato che "nessuno è rimasto più vicino alla verità di me" e "la mia vita e la mia opera sono una cosa sola", la sua riscrittura non è esente da elaborazioni, la più evidente è che la vera Olga non è morta. Forse nella finzione ha prevalso la pulsione di vendetta, l'accettazione non era un'opzione. Nella finzione tragica avviene l'uxoricidio, l'autore si accanisce crudelmente sul personaggio di "Olga" distruggendone ogni bellezza: prima attaccandone l'integrità morale (non nel senso conservatore, bensì cancellandone la spontaneità e la spensieratezza) e poi distruggendola sul piano fisico condannandola ad una morte crudele, abbruttente e solitaria. Una vendetta che ha più il sapore di un malinconico addio, come se solo con la morte fosse possibile lasciarla andare. Il sogno di un amore e il ricordo di un dolore, nella sua cruda nudità.
Consigliatissimo, ma solo se non siete bacchettoni e credete nell'amore totalizzante.

[ Olga la rossa / Jan Wolkers / Scritturapura ]

9 feb 2012

Ero Jack Mortimer, capolavoro noir del 1933.


Alexander Lenrnet-Holenia
Un tassista squattrinato si innamora della bella impossibile (una contessina) proprio nel momento in cui la sua vita sta per essere travolta da un uragano: senza che lui se ne accorga, il cliente che sta scarrozzando viene ucciso mentre si trova nell’auto, alla scoperta è il panico: il morto è sul sedile posteriore e lui non sa spiegare come sia successo, sarà l’unico indiziato. 
Comincia così il giorno più lungo del protagonista di questa storia, sullo sfondo la Vienna anni trenta con nobildonne in stole di volpe e compassati uomini d’affari. Il povero tassista è preda dell’ansia, si vede già condannato e pensa soltanto ad allontanare da sé i sospetti. L’idea malsana è farsi passare per il morto: se lo credono vivo anche dopo essere sceso dal taxi, nessuno sospetterà di lui. 
E’ l’inizio di un’altra vita: frenetica, audace e pericolosa. Una fiamma tanto intensa quanto breve, una nuova identità con cui tutto può accadere: essere inseguiti dalla polizia, inguaiare la fidanzata per fuggire e persino, seppur per un breve momento, avere la donna dei sogni. Un’ubriacatura di possibilità: in altre parole essere Jack Mortimer.
Malgrado il romanzo sia del 1933 il ritmo è assolutamente moderno, a tal punto forsennato da ricordare una mescolanza alchemica tra Fuori orario (1985 di Scorsese) e Frantic (1988 di Polanski), due splendidi film che consiglio vivamente quanto il libro.
[ Ero Jack Mortimer / Alexander Lenrnet-Holenia / Adelphi ]

6 feb 2012

Odissea: storia di un insabbiamento durato quasi tre millenni


Alberto Majrani
La storia la scrive il vincitore e l’Odissea, celeberrimo poema epico, potrebbe celare una strage di stato abilmente riscritta in chiave revisionista e propagandista dai vincitori. E’ questo il leitmotiv di questo breve ma brillante e divertente saggio sull’Odissea. Non si tratta di un semplice divertissement ma di un’intuizione passata alla prova dei fatti: se poniamo che Ulisse non sia Ulisse e che l’intera storia dissimuli un putsch ordito da Telemaco e dalla madre Penelope ai danni dei Proci, è sorprendente scoprire come questa ipotesi non solo trovi riscontri puntuali nel testo classico ma anche come molte delle apparenti contraddizioni della storia diventino curiosamente più logiche e coerenti se lette in questa chiave.


Ho trovato questo esercizio ermeneutico divertente oltre che una piacevolissima occasione di richiamare alla mente reminiscenze ormai appannate sull’epica classica, una lettura che fa del mito antico qualcosa di davvero fresco e intrigante. 
In una appendice finale l’autore ripercorre le tesi di Felice Vinci che in una ricerca dall’eloquente titolo “Omero nel Baltico”, ipotizza, non senza consistenti indizi, che l’Odissea sia ambientata nel nord Europa invece che nel Mediterraneo. Anche in questo caso sono davvero intriganti le numerose corrispondenze che, apparentemente, meglio si conformano alla narrazione (i nomi delle località, la loro descrizione, il clima, i culti, etc.).
Al termine del volume la questione viene lasciata aperta, quello che conta è aver sollevato qualche domanda non retorica e avere fatto lo sforzo di avere nuovi punti di vista. 
Non è detto che il solo valore di un’interpretazione sia quello di essere vera, a volte può giovare anche quella verosimile o che meglio si adatta a spiegare le cose. Un po’ come il metodo scientifico che procede di falsificazioni e aggiustamenti continui, dove più che il valore di verità, ciò che conta davvero è il valore performativo e preditivo.
Come afferma il filosofo Giulio Giorello nella prefazione, quella raccontata da Majrani “non sarà forse la storia vera, ma è comunque ben trovata”
Consigliato sopratutto se non siete mai stati dei fan dell’epica greca, potreste ricredervi.
[ Chi ha ucciso realmente i Proci? Ulisse, nessuno, Filottete. Scoperto dopo tremila anni il protagonista nascosto dell’Odissea / Alberto Majrani / LoGisma ]

2 feb 2012

La scienza di Sherlock Holmes - di E.J. Wagner


E. J. Wagner

Per chiunque abbia una televisione in casa la caccia al criminale è sempre più un fatto di scienza; sia che siate appassionati delle serie televisive (CSI, NCIS, Bones, Crossing Jordan, Body of proof, etc. ) o anche solo abbiate letto negli ultimi anni di qualche indagine in corso; è tutto un continuo riferimento alle analisi scientifiche a i rilievi tecnici che ci si aspetta possano incastrare i colpevoli come anche salvare gli innocenti. Analisi del DNA, impronte digitali, foto segnaletiche, tracce ematiche, luminol, intercettazioni e decriptazione degli hard disk; sono tutte cose ormai considerate normali in qualsiasi indagine, anzi addirittura (spesso a torto) ritenute gli elementi decisivi per risolvere un caso.

Ma come si poteva risolvere un caso, catturare un assassino, prima che tutta questa conoscenza scientifica arrivasse in soccorso degli investigatori? 
In questo intrigante saggio si racconta l’evoluzione della scienza forense tra XIX e XX secolo quando le moderne tecniche erano precluse o agli albori, roba da Ellery Queen o da Philip Marlowe, per questo il libro utilizza proprio le avventure del più grande investigatore di tutti i tempi, l’imbattibile Sherlock Holmes come contraltare letterario della storia della scienza forense. 
Il mitico Holmes è il personaggio ideale perché ha una spiccata propensione alla sperimentazione di tecniche specifiche per le indagini. E' lo stesso personaggio a spiegarlo: serve l’archivio dei crimini, servono le descrizioni dei criminali noti (le foto segnaletiche), servono nozioni di chimica per fare le giuste deduzioni (il sangue, il dna, etc.), servirebbe un archivio delle impronte.
Le competenze e le geniali trovate di Holmes seguono di pari passo lo sviluppo della scienza forense talvolta anticipando o dichiarando consolidate (per il geniale personaggio) tecniche in realtà ai tempi appena sperimentali (è il caso delle possibilità di rilevare le impronte digitali ad esempio).
Nel saggio ogni scoperta, ogni innovazione viene accompagnata dal riferimento alle avventure di Holmes, il che rende la lettura davvero divertente e intrigante come un romanzo, ma attenzione in questo caso è tutto vero, l’autrice E.J.Wagner è un’importante docente universitaria in Storia del crimine nonché moderatore dell’annuale Foresinc Forum a Long Island.
Il massimo del divertimento è riservato a quanti abbiano letto le avventure di Sherlock Holmes, per tutti gli altri probabilmente sarà di stimolo a colmare questa lacuna.
Una curiosità: l’inventore di Sherlock Holmes, Conan Doyle, prima di diventare scrittore esercitò come medico e la straordinaria capacità deduttiva del suo personaggio non è che una proiezione magnificata delle sue stessa propensione alla deduzione, tant’è che come nel saggio viene ricordato, in numerose occasioni Doyle fu in grado di aiutare in modo risolutivo le indagini della polizia operando le corrette deduzioni dalla semplice lettura delle cronache di stampa. Non deve quindi stupire la notevole vicinanza (e persino anticipazione) delle tecniche di Holmes con quelle vere della polizia che hanno poi portato all’attuale scienza forense fin troppo idolatrata dai moderni serial tv.
La scienza è utile, talvolta indispensabile, ma anche la più sofisticata delle tecniche (come anche la cronaca dei giorni nostri ci conferma) è insufficiente se non viene data una corretta impostazione logica (e di metodo) alle indagini.
[ La scienza di Sherlock Holmes / E.J. Wagner / Bollati Boringhieri ]


30 gen 2012

Athenaeum - Una rivista molto intellettuale, bandiera del romanticismo tedesco

Friedrich Schlegel
Nei brevi anni tra il 1798 e il 1800 fu pubblicata una rivista che vantò gli interventi dei più celebri esponenti del romanticismo tedesco di cui la rivista stessa fu luogo di coltura, confronto e teorizzazione. 

Fondata a Berlino nel 1798 dai fratelli Schlegel (August Wilhelm e Friedrich) la rivista in appena sei fascicoli impresse (prima) alla cultura tedesca e (poi) europea un segno indelebile. 
La rivista coagulò contributi, interventi e suggerimenti di autori i cui nomi sono divenuti in seguito celebri, tra questi oltre agli stessi fratelli Schlegel anche il filosofo Schleiermacher, lo scrittore e poeta Tieck, il filosofo Schelling e il poeta e filosofo  Friedrich Von Hardenbergh, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Novalis.
August-Wilhelm-Schlegel
Con tali giganti della cultura non è difficile immaginare come la rivista sia incredibilmente interessante e stimolante, quasi una sorta di laboratorio creativo che diede i natali alla corrente artistica e di pensiero che andrà sotto il nome di Romanticismo. Il livello degli interventi non è sempre omogeneo ma in generale è davvero alto, spesso altissimo; la differenza di posizioni poi è un’ulteriore ricchezza che quest’opera collettiva esprime al meglio.
Gli autori all’epoca erano giovanissimi, nel 1798 la loro età per lo più non arrivava a venti anni, ma la grandezza del loro intuizioni resta immutata ancora oggi a oltre due secoli di distanza. Tra i vari contributi meritano una particolare segnalazione “Polline”  e gli “Inni alla notte” di Novalis; e il celebre “Dialogo sulla poesia” di Friedrich Schlegel.
Oltre mille pagine del miglior romanticismo tedesco, consigliatissimo.
[ Athenaeum (1798-1800) / Tutti i fascicoli della rivista / Bompiani ]

26 gen 2012

Lewis Carroll - La vita segreta del papà di Alice


Lewis Carroll
Charles Dogson (1832-1898), meglio conosciuto come Lewis Carroll, è stato ed è tuttora al centro di pettegolezzi e cupe leggende: infamanti sospetti di pedofilia e altre perversioni. L’autore dei meravigliosi e arguti “Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio” è tanto celebre per i suoi calembour logici e linguistici quanto per le infami voci sul suo lato oscuro. Ma davvero Dogson, geniale matematico, brillante logico, raffinato scrittore, insegnante e fotografo dilettante, si struggeva per le bambine? Davvero la favola di Alice è il dono per un’amore impossibile e proibito? Il voluminoso saggio dell’inglese Caroline Leach cerca di fare luce sulla questione. 
Il testo ripercorre le principali leggende nere su Carroll, talvolta svelandone la falsità manifesta (testimonianze fasulle, date che non tornano, interessi privati avversi, etc.) altre volte un po’ più acrobaticamente cerca di ammorbidire l’impatto di alcuni elementi (ad esempio le foto delle bambine discinte) argomentando la necessità di contestualizzare, per meglio comprendere e mettere nella giusta prospettiva, ciò che agli occhi moderni appare come un indizio di accusa. 
Nel saggio scopriamo che l’immagine del Carroll asessuato e sublimante profeta del mito dell’infanzia è probabilmente solo la proiezione del più comune desiderio dei suoi apologeti; per contro anche il cliché di mostro represso e lubrico sarebbe frutto di altrettanta fantasia e pruriginoso pettegolezzo. Le mitiche identificazioni della musa di Carroll (in Alice Liddell) sarebbero poi errate, più di una una donna se ne attribuì il ruolo (cercando di attrarre su di sé i fari della celebrità), tutte mentirono. 
L’ostinato riserbo della famiglia Liddell e persino l’allontanamento di Carroll dalla famiglia avrebbe più a che fare con un possibile tradimento muliebre che non l’interesse improprio per le bambine.
Alice Liddell
Il libro è molto interessante e solleva numerosi ragionevoli (e documentati) dubbi sulla tenuta delle accuse e propone alcune spiegazioni plausibili sulle alternative normalizzanti. Le tracce documentali sopravvissute sono pochissime, tra queste alcune riferiscono di insistenti pettegolezzi su Carroll e la madre di Alice (Lorina Liddell) o forse la governante; nei diari di Carroll compaiono affettuosi riferimenti a una misteriosa L.L. (da notare l’omonimia tra la madre e la figlia maggiore, anch’essa Lorina ma detta Ina, che all’epoca della celebre rottura era ormai adolescente); nessun elemento è tale da fugare i dubbi. 
Il volume comprende numerose foto alcune delle quali certo urtano la sensibilità comune: la piccola Alice vestita in parte di cenci, le cui pudiche nudità (niente di hard per carità: solo una spalla o una caviglia, in perfetto stile dell’epoca) colpiscono però per le pose ammiccanti. Carroll eseguiva lui stesso i ritratti fotografici ai piccoli figli dei suoi conoscenti (una novità e una moda ai tempi) e viene ricordato nel saggio che tra le cose che gli appartenevano è stata ritrovata una voluminosa collezione di ritratti di nudi preadolescenziali. Anche se l’autrice spiega che all’epoca si idealizzava la figura infantile come angelicata e asessuata e che erano le stesse famiglie a volere quel tipo di ritratti di moda, resta l’imbarazzo, anzi l’urto che inevitabilmente oggi comporta una tale verità. 
Carroll in uno dei suoi "pomeriggi dorati"
Nel saggio si insiste sul fatto che Carroll non avesse una vera vocazione (astinenza compresa) e che per un lungo periodo abbia avuto una sorta di famiglia nei Liddell il cui uomo di casa era assente, anaffettivo e abdicava volentieri a Carroll un ruolo di patrigno e di “dama di compagnia” per la moglie (accettabile perché un diacono). All’epoca i pettegolezzi potevano pesare più dei fatti e  non è difficile immaginare che Carroll suscitasse più di una maldicenza: era un diacono che si rifiutava di prendere i voti, che frequentava la moglie del suo capo e si comportava come un padre putativo per le sue figlie. Carroll insegnava, era un brillante matematico e uno scrittore ma la sua pubblicistica corrosiva mal si accordava con il carattere e le posizioni del signor Liddell che pure misteriosamente pur di non cacciarlo dal suo incarico di insegnante arrivò addirittura a violare le regole e sembrò non dare mai peso allo spazio sempre più ingombrante che Carroll assumeva nella sua famiglia. Che fossero solo voci o la realtà è abbastanza sicuro che fu il presunto interesse di Carroll per una o più donne adulte della famiglia a causare la rottura con la famiglia. 
Cosa accadde davvero non è dato sapere, tutti i protagonisti furono sempre evasivi in proposito (e gli eredi hanno distrutto le parti dei diari che avrebbero potuto chiarire la questione); quello che è certo è che la riconciliazione che Carroll tentò rimase irrealizzabile. 
A discarico dei sospetti di pedofilia il saggio ripercorre alcune frequentazioni romantiche di Carroll con numerose donne adulte che gli furono vicine nel corso degli  anni.
Al termine della lettura di questo saggio non tutti i dubbi saranno fugati, anzi avrete nuove domande destinate a restare senza risposta, ma una cosa è certa il mito di Carroll  asessuato alfiere dell’infanzia perduta sarà svanito. Tra nuove luci e qualche ombra che resiste, emerge un ritratto di Carroll come uomo terreno, ambizioso e geniale ma non privo di debolezze e contraddizioni, un Carroll certamente più realistico delle mitizzazioni tutto bianco o tutto nero, fatte da adoranti sostenitori e livorosi detrattori.
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[ Lewis Carroll. La vita segreta del papà di Alice / Karoline Leach / Castelvecchi ]


23 gen 2012

Kill Bill diary - di David Carradine


Bill (Carradine)
Leggere il diario che Carradine ha tenuto durante le riprese del film di Tarantino è come entrare al circo o a Disneyland e improvvisamente trovarsi a prendere un the con il Bianconiglio senza più ricordare come si è arrivati lì e avere qualche dubbio di troppo sul fatto che il cappellaio matto non sia un attore che interpreta un ruolo, bensì un pazzo vero. Un sudore freddo vi assale: e se ora vi presentassero il dottor Piuma e il professor Catrame?...
Scherzi a parte il diario di Carradine è uno spasso: la “Band a part” di Tarantino, la grandiosità Hollywood style, le geniali follie di un regista sui generis, e in mezzo a tutto questo, lui: un ultra sessantenne che vive l’occasione della vita, il grande rilancio. Questa volta più che interpretare un ruolo deve sopratutto essere sè stesso: è lui il personaggio che traspare sotto Bill, che rende Bill reale, credibile pur nelle esagerazioni, anzi proprio in virtù di esse.
David sarà Bill e Bill parlerà come David, infatti Tarantino rielaborerà conversazioni con Carradine attribuendole al personaggio. Intanto il circo milionario viaggia per il mondo tra location mozzafiato e set più veri del vero, sempre circondati da guru dei combattimenti simulati, maghi degli effetti speciali e del trucco. 
David Carradine
La realizzazione di Kill Bill è lucida follia e grande determinazione: mesi di allenamenti, copioni variati all’ultimo momento, piccole lotte per il budget e altri privilegi minori (il camerino, l’autista, etc.). I party scandiscono il tempo, tra sushi e popcorn, ospiti in maschera e proiezioni private (Quentin ha in casa una sala che riproduce fedelmente un cinema anni ’50).
Quello di Bill è un ruolo perfetto per Carradine, un degno coronamento per una carriera tenacemente non rassegnata, affacciata sugli abissi della disfatta e sempre alla rincorsa, ma con il dito medio alzato, come un colpo di kung fu, menato con un calcio volante come in uno qualsiasi dei film di serie B interpretati da Carradine. Lui il duro che resiste, più personaggio dei suoi personaggi, eccessivo come un film di esploitation (vale a dire sulla falsa riga di: stupro e sanguinaria vendetta) di cui il Kill Bill di Tarantino è un’autentica summa, a cui sono mescolati gli stilemi dei western all’italiana e  dei film di kung fu. 
Bill è Carradine: suoi i vestiti, sue le spade, suo il flauto e persino parte dell’arredamento; erano così in linea con il personaggio che li hanno usati sul set o fatto delle copie identiche.
Se Carradine non vi ha mai convinto davvero, leggendo questo diario scoprirete l’eroe da fumetto che è in lui: Bill, quello vero. Inoltre è decisamente affascinante vedere come un film così particolare e complesso (e lungo) viene realizzato, grazie a una visione dall’interno, con l’occhio navigato di chi il cinema lo vive come il suo ambiente da decine di anni.
Finito il libro ho rivisto il film: doppio dvd con filmati extra. Avrei voluto brindare a David, morto nel 2009 in una camera d’albergo a Bangkok in modo a dir poco scabroso e misterioso (ma in perfetto stile Bill). Una fine ingloriosa per chiunque, ma non per lui. 
Alla salute David, vecchia canaglia!
[ Kill Bill diary / David Carradine / Bietti ]


19 gen 2012

Il libraio - di Régis de Sa’ Moreira

Surreale, incantevole, magico... le parole giuste per il delizioso racconto del giovane Régis (classe ’73) parigino di nascita che ora vive in Brasile. 

Régis de Sa’ Moreira
Si parla di una libreria tutta speciale, che non chiude mai, dove i libri sono ordinati come in uno zoo: libri domestici, selvatici, onnivori, carnivori o con altri criteri altrettanto originali; il libraio che ci vive (perché non lascia mai la libreria) è un uomo di umore malinconico, quando non legge, sogna (di leggere) e quando non sogna, legge:  tutte quelle vite, tutti quei pensieri racchiusi nei libri sono per lui una presenza (una famiglia, una divinità) verso cui prova amore e riverenza insieme. 
A volte il libraio rifugge i clienti e altre li stimola suggerendo titoli in modo casuale solo per scoprire che effetto susciterà; tisane e musica fanno parte degli esperimenti che pratica su libri, clienti e sè stesso; vive un tempo sospeso che pure procede rapido e immobile, come in un sogno; il caos apparente dell’illogicità dei comportamenti del libraio si armonizza nel sogno della libreria che non chiude mai, producendo una surreale armonia.

l libraio di tanto in tanto strappa una pagina a un libro e la spedisce a sorelle e fratelli che rispondono regolarmente con brevi lettere, simbolicamente si potrebbe interpretare come una distribuzione amorevole di pezzi della propria anima fedele al gioco di slittamenti e corrispondenze poetiche tra sogno e realtà che pervade l’intero racconto. In tal senso citiamo le ultime righe del libro:”I libri si misero a sognare gli uni gli altri. Il libraio riaprì il suo libro interiore e andò all’ultima pagina”.
[ Il libraio / Régis de Sa’ Moreira / Aìsara ]

16 gen 2012

Teoria dell’orrore. Tutti gli scritti critici - di H.P. Lovecraft


Lovecraft come noto scrisse numerosi racconti dell’orrore, un orrore non sguaiato o giocato sulle descrizioni scioccanti di tipo splatter (all’epoca si sarebbe detto in stile Grand Guignol) e lontano dai cliché pulp della narrativa commercial-popolare; la firma del misantropo di Providence appare negli abissi dell’irrappresentabile e dell’indicibile (l’orrore vero infatti non è verbalizzabile) insieme al leitmotiv onirico e alla tematica ultramondana con il suo pantheon di infami divinità.
Howard Philips Lovecraft
In questa bella raccolta sono riuniti tutti gli scritti di critica letteraria pubblicati da Lovecraft a cui si aggiungono parte della corrispondenza pubblica e privata in cui tratta di argomenti analoghi. Un riconoscimento va a Gianfranco De Turris grazie alla cui tenacia si deve la riscoperta italiana di Lovecraft e la pubblicazione italiana di molti tesori come ad esempio parte dell'immensa corrispondenza (stimata in circa 100mila lettere, solo in parte sopravvissute).
Il volume di oltre 500 pagine è davvero interessante, una miniera per chi ha abbia letto Lovecraft e voglia approfondire: vi si possono trovare teorizzazioni di stile e indicazioni di metodo, rassegne critiche della letteratura fantastica redatte dallo stesso Lovecraft, il tutto arricchito dalle prefazioni dello stesso Turris e dell’immancabile S.T.Joshi (il massimo studioso di Lovecraft, celebre per avere attestato la versione definitiva e autentica dei testi originali che contenevano nelle prime pubblicazioni migliaia di errori).
Segnaliamo l’intrigante “Bibliografia” de “Il sovrannaturale nella letteratura” curata da Claudio De Nardi che consente di rintracciare le varie opere citate da Lovecraft nei suoi escurs critici.
Concludiamo con le parole dello stesso Lovecraft che nel 1930 in una lettera del 1930 affermò la convinzione che:”il modo migliore di descrivere l’orrore consista nel suggerirlo. il fondamento del vero orrore cosmico risiede nella violazione dell’ordine naturale,  e le violazioni più sconvolgenti sono sempre le meno concrete e le più difficili da descrivere”.


[ Teoria dell’orrore - Tutti gli scritti critici / H.P. Lovecraft (a cura di De Turris) / Bietti ]


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13 gen 2012

Il lato oscuro di Freud. L’uomo dietro il mito.


Sigmund Freud (1856-1939)
Il titolo “Crepuscolo di un idolo - Smantellare le favole freudiane” (prima traduzione italiana 2011) testimonia da subito le intenzioni del saggio, ovvero la demistificazione di Freud; Nietzsche è il riferimento interpretativo chiave (come il titolo sottende con il chiaro rimando al celeberrimo “Crepuscolo degli idoli”) in questo processo di distruzione e disvelamento, insomma filosofare col martello avendo per obiettivo quella religione contemporanea che va sotto il nome di “Psicoanalisi” o “Freudismo”. 
Il saggio di quasi 500 pagine si legge con grande piacere e rapidità; lo stile è fresco, divertente; l’analisi lucida, provocatoria fino al sarcasmo,  si accompagna a un riassunto di taglio divulgativo della teoria freudiana e dei suoi concetti fondamentali. Il libro è stato un caso prima in Francia e poi internazionale in quanto ha suscitato aspre reazioni da parte delle Società Psicoanalitiche di varie nazioni, ma al di là dell’intenzione (almeno per quanto mi riguarda) il libro non lascia dietro di sè alcun cadavere, semmai (e forse al di là delle pose irriverenti, è davvero questa l’intenzione) rinnova l’omaggio verso le intuizioni di chi inevitabilmente fu “umano, troppo umano” per reggere alle aspettative superomistiche dei tanti discepoli (non tutti brillanti) che ne furono folgorati.
L’autore è il filosofo francese Michel Onfray, personaggio interessante della cultura contemporanea francese (e non solo), ha pubblicato molti saggi dal carattere polemico, tra le molte iniziative a lui ascrivibili ricordiamo la “Université Populaire de Caen” ovvero una vera e propria università senza costi di iscrizione e senza sbarramenti formali all’insegnamento, un vero omaggio al diritto alla cultura.

Il ritratto finale di Freud che si delinea nel saggio è quello di un uomo ambizioso e spregiudicato, il cui pensiero e le cui intuizioni evolvono nel tempo e talvolta contraddicono le precedenti, e pur tuttavia Freud agì sempre (anche piegando la verità alla sua ambizione) in modo da apparire uno scopritore, uno scienziato che anche laddove ammette un errore afferma di stare in realtà procedendo per falsificazioni e conferme progressive in base ad un rigoroso scientismo. In realtà i diari e le lettere dello stesso Freud, le testimonianze e i fatti in generale  raccontano il sogno di un uomo dalle grandi intuizioni, non esente da difetti e fissazioni personali, che si volle “scopritore” di un mondo dietro il mondo, del quale forse fu piuttosto in qualche modo l“inventore”. 
Michel Onfray
Non stupisce la reazione quasi violenta delle Società di Psicoanalisi, i custodi dell’ortodossia; qua è la nel libro emerge il lato oscuro dell’uomo Freud, preda delle proprie contraddizioni tra pulsioni misogine, onaniste, incestuose e persino antisemite (orribile auditu). I cenni al Freud che rinuncia alla pretesa di convincere i pazienti (tutti e sempre) di essere stati vittime di stupro da parte dei genitori, solo perchè in questo modo è difficile non perdere i clienti; oppure il Freud che dorme durante le sedute e si difende affermando che in questo modo i due inconsci (del terapeuta e del paziente) possono sintonizzarsi meglio; ecco questi e altri fatti (accertati e testimoniati dallo stesso Freud) non possono non generare imbarazzi e dubbi. 
Nonostante ciò la lettura di questo libro è stata per me di stimolo ad una rilettura dei grandi classici freudiani, l’umanità di Freud (con tutte le sue bassezze) non è per me cosa affatto scandalosa, in fondo lo stesso Onfray nella prefazione dichiara il proprio amore per Freud che insegnò secondo la vulgata apologetica per circa 20 anni. 
Onfray rivive il parricidio platonico demistificando Freud, ma questo potrebbe anche interpretarsi come una ripetizione del “Pasto totemico” scoperto/inventato da Freud stesso.

Ritengo che il libro cerchi di mostrare come la psicoanalisi freudiana istituisca un cerchio magico, un corto circuito ermeneutico che tutto spiega e comprende (specie l’ìnspiegato e l’illogico) e rispetto al quale è difficile sottrarsi per quanto vigili e attenti alle sue contraddizioni.
Al termine del saggio Onfray cita l’ultimo Freud, quello dell’incompiuto “Compendio di Psicoanalisi“ del 1938: “Può darsi che in futuro qualcuno ci insegnerà come influenzare direttamente, con speciali sostanze chimiche,  le quantità energetiche e la loro ripartizione nell’apparato psichico. E forse verranno alla luce altre potenzialità della terapia che adesso non possiamo neppure sospettare”.

Lettura consigliatissima sia per i fan di Freud sia per i suoi detrattori.


[ Crepuscolo di un idolo - Smantellare le favole freudiane / Michel Onfray / Ponte alle Grazie ]