16 lug 2012

24 personalità multiple, una storia vera - di Cameron West


Cameron West
Il titolo di questa autobiografia: “Prima persona plurale” sintetizza bene il tema dell’intera vicenda: Cameron West è un uomo adulto, ha un buon lavoro, sposato con un  figlio; improvvisamente una mattina si ritrova a confrontarsi nello specchio con un altro sé stesso, che gli parla come fosse un’altra persona, con caratteristiche autonome, voce, personalità, etc. Da questo momento in avanti gli episodi di questo genere di moltiplicano e si fanno più frequenti e anche gli alter ego aumentano in numero e varietà fino ad arrivare all’incredibile cifra di 24 personalità conviventi nella stessa persona

Oggi Cameron West è un uomo consapevole del proprio disturbo diagnosticato come Disturbo dissociativo dell’identità, e con buona pace degli scettici, per lui è una cosa assolutamente reale, con cui nel tempo ha imparato a convivere. Gli episodi di dissociazione sono ora più controllati e meno frequenti, anche il numero delle personalità conviventi si è sensibilmente ridotto e benché la sua sia una vita “collettiva”, in qualche modo ha imparato a convivere con quelle parti di sé che ora chiama i suoi amici. 

La chiave di questa storia sta nel passato di Cameron, un passato di abusi completamente rimosso e che è infine riesploso sotto questa stravagante epifania di personalità, per la maggior parte bambini, maschi e femmine, dai caratteri diversissimi. In qualche modo è come se la psiche di Cameron si fosse scissa in varie componenti, a chi l’audacia, a chi la timidezza, a chi la sottomissione, a chi la violenza (che sfocia in ferite auto inflitte). Una formula efficiente per sopravvivere all’orrore dei traumi subiti attribuendoli ad altri, e precisamente un altro sé.

Il libro è senz’altro affascinante per l’evidente difficoltà di normalizzazione di un simile fenomeno (passando per ricoveri, terapie e la difficilissima accettazione dei propri altri sé), immaginate cosa può comportare un disturbo di tal fatta nelle relazioni (per esempio sul lavoro) ma sopratutto quali ombre di paura può gettare sulla relazione di coppia e in particolare su quella con il figlio (ancora piccolo e bisognoso di un contesto familiare esemplare).

La lettura è coinvolgente, l’argomento inquietante, il finale ottimistico.
La lezione di Cameron è che la normalità non esiste o meglio che vi possono essere varie forme di “normalità”: la sua, conquistata dopo lunghi sforzi e con il supporto di medici, terapeuti e dell’insostituibile supporto della famiglia, è precisamente un esempio di questa personalissima variante di normalità. Un io plurale che in qualche modo ha trovato un adattamento, un esistenza diversa ma possibile che non può mancare di suggellare nel lettore più di una riflessione.

Fa pensare.

[ Prima persona plurale / Cameron West / Sonzogno ]


13 lug 2012

Mistery in Svezia: Martin Beck - di Sjowall, Wahloo


Per Wahloo e Maj Sjowall
I coniugi Maj Sjowall e Per Wahloo sono gli autori della celeberrima serie di gialli, dieci in tutto, pubblicati  tra il 1965 e il 1975 con protagonista il detective Martin Beck

Tutti i romanzi della serie recano il medesimo sottotitolo “Romanzo su un crimine” da intendersi riferito alla società svedese nel suo complesso, spogliata dei suoi mascheramenti, e mostrata per quel che è davvero: una struttura anacronistica, inadeguata ai cambiamenti che recepisce troppo tardi o ignora del tutto, sorda ai bisogni e ai sogni delle persone. 
Lo Stato in quanto tale è un entità criminogena i cui apparati preposti al controllo (a partire dalle forze di polizia) risultano quanto di più lontano dall’efficienza e dalla giustizia si possa immaginare. 
Tutto questo non certo a causa delle singole persone, Beck e alcuni colleghi sono acuti, profondi ed efficienti; è la macchina dello stato che distorce e vanifica ogni cosa, pervasa com’è da pregiudizi e atteggiamenti fascistoidi, lotte di potere e incolmabili ignoranze che producono e conservano un’ottusa e fallimentare modalità nell’affrontare i cambiamenti culturali e sociali che attraversano la società svedese. 

Per un italiano potrà risultare strano pensare alla Svezia, da sempre faro della liberazione dei costumi e del civismo, come una realtà in cui lo scontro culturale/sociale sia stato così perturbante. Tuttavia dobbiamo ricordare che i libri di di Sjowall e Wahloo sono stati scritti in un decennio di grande fermento culturale e sociale, quando la controcultura giovanile impattò sulla tradizione dando luogo a contese tanto aspre da degenerare in atti brutali (da entrambe le parti: stato e rivoluzione) e di cui il nascente fenomeno della lotta armata fu la più acuta espressione. 
Vale la pena di ricordare che la Svezia era e rimane una delle nazioni con il più basso indice di criminalità, cosa che in parte può spiegare la forte impressione che gli inattesi scontri di piazza (dove il più delle volte militari armati aggrediscono brutalmente manifestanti disarmati) possono avere generato. 

Le trame dei romanzi si dipanano generalmente attorno a un caso di omicidio seguendo l’iter delle indagini (infatti sono generalmente indicati come l’invenzione del “giallo procedurale”), la soluzione del caso raggiunta a seguito dell’acume di Beck produce invariabilmente l’evidenza della mostruosità e pericolosità della macchina burocratica, quello Stato che invece di proteggere vanifica, ottunde e spesso colpisce alla cieca guidato da semplice idiozia o brutalità. 

La lezione di questi romanzi è l’educazione civica in senso socialista, laddove la trama gialla sebbene intrigante e gustosa lascia sempre maggior spazio (specie nei romanzi più recenti) all’analisi e alla critica della società svedese neo capitalista.
I romanzi sono coinvolgenti e davvero belli sotto diversi aspetti, le trame sono intriganti e intelligenti e la sottotraccia politico/sociale è altrettanto acuta e illuminante

Martin Beck poi non è il solito detective tuttologo e neppure l’unico furbo in un mondo di stolti, egli si avvale dei colleghi avendo cura di cogliere da ciascuno l’aiuto che può offrire (la memoria, l’esperienza, la dedizione, la precisione, etc.); Beck è un uomo in un contesto anti-umano, per questo a differenza dei suoi capi (burocrati senz’arte né parte) egli è capace di penetrare il mistero fino alla soluzione. 

Il consiglio è leggerli in ordine cronologico (sono tutti disponibili da Sellerio) ma dovendo scegliere forse “La camera chiusa”(pubblicato nel 1972) è uno dei più riusciti, dimenticate i rompicapo alla John Dickson Carr (lo specialista dei delitti nella camera chiusa), piuttosto potrete ritrovare qualcosa in comune con il Fajardie di “Assassini di sbirri” (scritto nel 1975 anche se pubblicato per la prima volta nel 1979) e la serie di romanzi che seguirono con protagonista il commissario Padovani. 
A scanso di equivoci non si tratta di una riscrittura e neppure di un omaggio, i due romanzi hanno genesi diversissime e completamente indipendenti. Le due serie Beck-Padovani hanno canoni estetici diversissimi (Beck è molto distante dal pulp Neopolar di Padovani) ma quanto alla critica sociale i punti di contatto sono notevoli, una cosa decisamente interessante considerando le differenze culturali tra Francia e Svezia.

Gustosissima lettura se vi piacciono i gialli, ancora di più se non amate il genere.
Consigliatissimi

[ I primi casi di Martin Beck / Maj Sjovall Per Wahloo / Sellerio ] (3 romanzi)
[ Martin beck indaga a Stoccolma / Maj Sjovall Per Wahloo / Sellerio ] (3 romanzi)
[ L'uomo sul tetto / Maj Sjovall Per Wahloo / Sellerio ]
[ La camera Chiusa / Maj Sjovall Per Wahloo / Sellerio ]
[ Un assassino di troppo / Maj Sjovall Per Wahloo / Sellerio ]
[ Terroristi / Maj Sjovall Per Wahloo / Sellerio ]

27 giu 2012

La donna ideale (Manuale teorico pratico 1957)

Nulla a che vedere con il romanzo di Ira Levin (The Stepford wives - tit. italiano La fabbrica delle mogli), questo volume che ho trovato su una bancarella è un’edizione fuori commercio del 1957 di Aldo Palazzi Editore.
Il titolo completo dice già molto di quanto si può trovare tra le sue oltre trecento pagine: “La donna ideale ...bella allo specchio …brava in cucina”. Sarebbe un perfetto titolo satirico, stile Amurri, se non fosse che purtroppo nelle intenzioni degli autori il libro si vuole terribilmente serioso.

Vale la lettura esclusivamente quale esempio della peggiore retorica maschilista, una sequela di stereotipi insopportabili ma a ben vedere in parte ancora presenti neppure troppo sottobosco.
Il tono paternalista con cui il testo si rivolge alle donne come se si trattasse di curiose bestioline, limitate e superficiali, che al massimo si può cercare di addomesticare affinché si curino nell’aspetto, stiano composte, sottomesse e naturalmente siano servizievoli e si occupino della casa; al confronto un barboncino è meno imbarazzante e si può sperare che impari di più.

A cosa potrà mai servire una donna se non sa cucinare? Ecco allora che circa metà del “manuale” si compone di ricette complete di irritanti suggerimenti su quando fare che cosa, come presentarlo, etc. Un ampia collezione di foto arricchisce il volume se possibile peggiorando ancora le cose, le didascalie che le commentano raggiungo vette di assurdità tali da nauseare per l’indignazione.

Come dicevo una lettura sicuramente istruttiva, ma non condivisibile, che può aiutare a comprendere come sia possibile che ancora nel 2012 la nostra povera Italia sia così terribilmente arretrata quanto a parità tra i sessi.
Da notare che il destinatario di questo assurdo manuale sono le donne, quasi che una sindrome di Stoccolma ante litteram impedisse alle vittime di un tale trattamento di riconoscere l’assurdità di tali modelli comportamentali. 

Letto con occhio cinico il libro è involontariamente comico, esplosivamente divertente, genere vaudville; ma è triste pensare che non solo in passato (il libro è del 1957, non secoli fa), ma persino oggi, ci possa essere anche solo una persona capace di condividerne le tesi.

Se ne consiglia la lettura “critica”, dopo potrebbe essere salubre compensare con qualcosa di segno opposto, per esempio “Turks fruit” (tit. italiano Olga la rossa) di Jan Wolkers.

  [ La donna ideale / Tedeschi, Véronique / Aldo Palazzi Editore]

24 giu 2012

Franz Kafka / Orson Welles: il processo - a cura di Cimmino, Dottorini, Pangaro


Perkins in The Trial  by Orson Welles
“Il processo” (pubblicato postumo nel 1925) è forse il più simbolicamente potente dei romanzi (tutti incompiuti) di Franz Kafka, non altrettanto si può dire della interpretazione cinematografica che nel 1962 ne fece Orson Wells della cui produzione non rappresenta certo l’apice e che tuttavia rimane irresistibilmente interessante, più per le distanze che non per le affinità con il testo kafkiano.
Questo agile volume raccoglie numerosi brevi saggi (tra questi anche uno di Michael Lowy) che scandagliano la relazione tra la versione cinematografica e il testo originale approcciando la questione da punti di vista ogni volta diversi. In un caso si fa anche un breve accenno anche alla versione cinematografica di Soderbergh. 

Come appassionato di Kafka ho trovato la raccolta assolutamente interessante, avevo inevitabilmente visto sia la versione cinematografica di Welles (fantastiche le inquadrature e i giochi di luce) sia quella di Soderbergh (si perde nelle parti a colori) e devo dire che condivido una buona parte delle critiche contenute nei vari saggi del volume. Il punto però non è quanto il film mal traduca il libro quanto piuttosto se sia possibile trasporre la particolare poetica kafkiana su un mezzo tanto diverso: a mio avviso no. Il che ovviamente non significa che a entrambi i film manchino meriti, piuttosto bisogna considerarli altro da Kafka.

Orson Welles
“Il processo” in entrambe le versioni, romanzo e film, è una potente sorgente d’immaginazione. L’apparente vicinanza al testo di alcune delle sequenze di Welles (si pensi alla scena del fustigatore, l’inseguimento nelle soffitte del tribunale  o ancora il surreale colloquio ai piedi del letto dell’avvocato) delinea in realtà una poetica del tutto diversa, quasi opposta. Non a caso Welles muta significativamente alcune battute del protagonista, ne cambia il carattere, il film è un’interpretazione anche un po’ forzosa, ben al di là dell’atmosfera del testo. Il celebre racconto “Davanti alla legge” inserito da Kafka ne “Il processo” viene da Welles anticipato e letto integralmente come incipit del film, ed è questa forse l’unica fedeltà al testo che Welles si concede, per il resto come in tutti i suoi film, a troneggiare sulla pellicola è Welles stesso con la sua ingombrante personalità. L’interpretazione di K. resa da Anthony Perkins (che già lottava per togliersi di dosso il personaggio interpretato in Psyco) è ottima, ma non ha nulla del mood kafkiano, lo stesso vale per Romy Shneider nella parte di Leni. 
Franz Kafka

Gli appassionati non troveranno Kafka nel film di Welles quanto piuttosto Welles calato nell’immaginario kafkiano. 
Vi è una sorta di intraducibilità dei sottesi e delle suggestioni che i diversi mezzi utilizzano e suggeriscono, la curvatura interpretativa se applicata a Kafka è sicuramente inevitabile ma ciò non significa che non sia proficua, anzi. Il punto semmai è che porta altrove, inutile cercare Kafka in una sua impossibile trasposizione.
La ricchezza di informazioni, dettagli, curiosità e punti di vista alternativi è la vera forza di questo libro che consiglio tanto ai fan di Kafka quanto a quelli di Welles. Per entrambi se non lo avete ancora fatto procuratevi una copia del libro e del film e godeteveli.

[ Franz Kafka - Orson Welles: il processo / Aa.Vv / Rubettino ]

21 giu 2012

The blue moment - di Richard Williams

Miles Davis
Non sono un esperto conoscitore della musica jazz ma la ascolto volentieri e qualche volta strimpello qualcosa sulla chitarra, tra i miei preferiti sicuramente alcuni esponenti del jazz caldo (Charlie Parker, Charlie Christian, Django Reinhard). Dove be bop e swing sono azione, ballo e frenesia, il jazz freddo è emozioni e riflessione, un’ascolto empatico e cerebrale insieme, eseguito alla chitarra poi (negli stretti limiti delle mie capacità) è un rilassante intermezzo sulla Les Paul dopo una sudata sulla Stratocaster con Hendrix e Led Zeppelin.

"Kind of Blue" di Miles Davis è uno dei pochi dischi jazz di cui oltre a riconoscere i pezzi so collegare i nomi, i brani sono tutti belli, tra tutti forse i miei preferiti sono Blue in green e Flamenco Sketches. Una mattina li ascoltavo in cuffia mentre nuotavo in piscina, un’esperienza estraniante. All blues e So what non sono da meno ma di questi ho in mente sopratutto altre versioni: Kenny Burrell, George Benson, Wes Montgomery, etc.

Il libro di Williams a tratti è forse fin troppo esoterico quando si inoltra in considerazioni tecniche sulle composizioni ma il discorso è agevole e interessante anche per chi come me non ha competenze così specifiche, una storia dell’influenza dell’album di Miles, delle sue premesse e sopratutto della vasta influenza che ha generato, come recita il sottotitolo del libro: come Kind of Blue ha cambiato la musica
Una piacevolissima digressione sulla così detta musica blu, un punto di svolta netto e gravido di conseguenze, se Hegel avesse ascoltato il jazz, su Kind of Blue avrebbe potuto probabilmente dire “lo spirito nel mondo in un disco”.

- Curiosità
Per un buon ascolto consiglio il doppio cd “Kind of Blue [50th Anniversary Collector's Edition]” completo di “studio sequence”, “alternate takes” e “false start”.
Mettete il disco in loop mentre leggete il libro…

[ The blue moment / Richard Williams / Il Saggiatore ]

6 giu 2012

Alfred Hitchcock presenta…


Alfred Hitchcock
Il faccione sornione di Alfred Hitchcock della prima pagina mi guardava dalla bancarella dove ho pescato questo piccolo volumetto, con la memoria sono andato a quando ero bambino e alla tv in bianco e nero dove di tanto in tanto poco prima di cena compariva questo buffo signore accompagnato da una musichetta riconoscibilissima che poi sfumava in un profilo stilizzato che lo ritraeva.
Hitchcock inscenava piccoli sketches comici ad apertura e chiusura di ogni puntata; gli episodi erano brevi storie di crimini che celavano sempre un colpo di scena sorprendente. 
Il libro raccoglie alcune di questi noir, brevi ma fulminanti, spesso dallo humor amaro e dal finale a sorpresa. Della raccolta con contributi di vari autori, ho apprezzato in particolare  il racconto “Piano 19” del mitico Jack Ritchie, autore di moltissimi racconti tanto brevi quanto geniali, molti dei quali hanno fornito materiale per la serie televisiva “Alfred Hitchcock presenta”.
La raccolta è stata pubblicata per la prima volta nel 1971 in America, in Italia dal 1974, fa riferimento alla prima serie di telefilm “Hitchcock presenta” prodotti tra il 1955 e il 1962.
Un briciolo di malinconia in salsa noir.

[ Alfred Hitchcock presenta - Sei piccole bare / AA.VV / Feltrinelli ]

3 giu 2012

Tenente Bravo - di Juan Marsé


Juan Marsé
Il tenente Bravo è impaziente di dare inizio all’esercitazione delle reclute con il cavallo ginnico. Poco importa se lo strumento non è nuovo e forse neppure specificatamente pensato per la ginnastica, finalmente è arrivato, è un cavallo di legno e servirà egregiamente allo scopo.
Sveglia all’alba e tutti i soldati in fila, il tenente Bravo illustra la situazione: farà il primo salto d’esempio poi i soldati dovranno cimentarsi ad imitarlo. Il primo tentativo fallisce e così ha inizio una sequenza inesorabile e sfortunata, fatta di contusioni e abrasioni, le più brucianti delle quali sono quelle inflitte all’orgoglio del tenente, fino all’inevitabile epilogo con il trasporto in infermeria. La novella nata da un racconto orale, sbeffeggia il mal riposto senso dell’ordine e dell’onore tipico di un certo fascismo culturale, condannando il tenente Bravo a prendere contatto (in senso fisico e doloroso) contro la dura realtà che nessuna ridicola presunzione del “me ne frego” può cancellare. 
Il racconto è la versione rielaborata dall’autore di questa sorta di barzelletta che lui stesso aveva inventato e raccontato agli amici per anni, e che nel tempo si era arricchita di elementi vari. Il lettore più attento potrà rintracciare alcuni elementi secondari, ma non casuali, che concorrono a rendere la satira ancor più pungente (ad esempio, la dedica sul cavallo che allude ad un contrappasso per l’omofobia latente nell’esercito).
Il volume contiene anche un secondo racconto su di un’auto davvero speciale, che merita senz’altro la lettura.
Lo spagnolo Juan Marsé è sempre una gradita conferma.

[ Tenente Bravo / Juan Marsé / Nottetempo ]

22 mag 2012

Il paradiso degli orchi - di Daniel Pennac


Daniel Pennac
Il primo libro del ciclo imperniato sul personaggio di Benjamin Malaussène è senz’altro meritevole di lettura e anche di ri-lettura.

Il mondo stravagante e variopinto in cui si muove il protagonista è il quartiere Belleville di Parigi la cui esuberanza e mescolanza etnica mi ha ricordato la New Orleans di ”Una banda di Idioti” di John Kennedy Toole, ma a differenza di Ignatius, Malaussène non produce guai, semmai li “assimila e smorza” per professione. Il suo impiego infatti consiste nell’essere adibito a capro espiatorio di qualsivoglia reclamo della vasta clientela di un grande magazzino. Il crudele copione prevede che i clienti assistano alle aspre reprimende impartite a Malaussène quale unico responsabile del danno procurato (guasto , difetto o altro) fino a che l’empatia umana, la compassione per un tale derelitto, distoglie il cliente dalle sue pretese, riducendo l’entità dell’eventuale rimborso. 

Pieno di invenzioni e infarcito di riferimenti colti buttati qua e là nel caos solo apparente di una storia che procede come un piccolo noir allucinato (una successione di ordigni esplosivi che miete vittime nel grande magazzino) tra spunti di analisi sociale e critica politica. Il mondo del romanzo è caotico, eccessivo, comico e tragico insieme. 

Divertente l’idea del racconto che il protagonista inventa per favorire il sonno dei più piccoli della famiglia, una versione surreale e comica della sua vita (quella del personaggio), una maschera che ne indica un’altra, visto che il libro stesso è una versione in maschera del mondo vero (quello dell’autore). Nel romanzo cose e persone nascondono spesso un altro volto, non sempre benevolo. Il gioco di specchi e mascheramenti moltiplica i rimandi e rende i riferimenti opachi al contempo rafforzandoli.
Difficile dire di più senza guastare le sorprese di questo bel libro che vanta una tribù di personaggi bizzarri in cui traspare l’amore per le umane imperfezioni. 

A scanso di equivoci non si tratta di un giallo (sebbene la polizia sia a caccia di un assassino bombarolo), ma di un gioco di invenzioni, ad esempio ad un certo punto il protagonista si rivolge direttamente al lettore per poi ritornare alla dimensione del romanzo come se nulla fosse, tale anomala sottolineatura riguarda un’omissione, un gioco di opposizioni infatti in questo modo l’autore evidenzia dichiarando di voler nascondere. Se tralasciamo il merito dell’incursione fuori dal piano narrativo, potremmo pensare a un omaggio alla celebre sequenza di Helzapoppin’ (film cult del 1941, derivato da un celebre musical di Broadway) laddove i protagonisti interloquiscono per un momento con il pubblico.

[ Il paradiso degli orchi / Daniel Pennac / Feltrinelli ]

16 mag 2012

Salone internazionale del libro di Torino 2012

2012

I survived !
Reduce dal Salone internazionale del libro di Torino, anche quest'anno l'esperienza si conferma positiva malgrado il persistere delle criticità già rilevate nelle edizioni precedenti.

Il tema di quest'anno "la primavera digitale" resta tale solo nel nome, infatti salvo poche eccezioni (qualche ebook degno di questo nome) il digitale rimane a margine in tutti i sensi, infatti praticamente in nessuno degli stand si vede un tablet anche se moltissimi tra il personale ingannano i rari momenti di calma con forsennate consultazioni sul proprio smartphone (facebook non dà tregua...).Visto il tema "digitale" quest'anno ho portato con me l'ipad pensando di trovare in fiera hot spot wi-fi gratuiti per potere scaricare sul posto qualche e-book ma niente di tutto ciò...  la rete è scarsa, satura e a pagamento. Un clamoroso errore visto che ho notato moltissime persone armate di tablet. Certo ci si può arrangiare in autonomia  col 3G ma ci sono molte persone in poco spazio e i vari cellulari si registrano sulle stese celle saturandole in fretta, risultato: navigazione discontinua e disagevole.
Anche gli stand sono sprovvisti del wi-fi (gli espositori si lamentano delle pretese dell'ente fiera per le connessioni internet, a loro dire esose) e ancora una volta, davvero imperdonabile, nessuno degli stand dispone del POS per i pagamenti con carte di credito (e pensare che alcuni editori vantano persino un negozio elettronico online!!!),  pochissimi hanno il pos per i bankomat e ci sono solo due bankomat per il prelievo di contanti nascosti ai margini dei padiglioni, con la riserva di banconote ormai esaurita. 
Meno male che era l'edizione del digitale. manca poco che si debba ricorre al baratto per poter acquistare i libri.
La segnaletica interna è nel solco della tradizione, carente e anti-tecnologica. Se perdete la cartina con l'ubicazione degli stand dovete cercare l'avveniristico totem centrale (uno per padiglione, non esageriamo per carità altrimenti e troppo facile!) dove un triste cartellone di cartone riproduce la mappa del volantino. Di più a quanto pare non si può chiedere.

interno dei padiglioni
La desolazione delle ambientazioni è in linea con le murature industriali (cemento grezzo a vista), lo stesso appeal di un condominio di Bratislava di sovietica memoria. E pensare che ci sarebbe il modernissimo oval e che gli spazi ampi e aperti dei capannoni, come anche le aree esterne, consentirebbero di costruire ottime scenografie anche senza ricorrere a costose invenzioni. Basterebbe un po' di fantasia, ma evidentemente il Salone di Torino vuole ribadire la linea del  "sobrio" e "austero", un minimal da crisi economica ante litteram che oggi, in questi tempi cupi, potrebbe persino sembrare un effetto della contingenza e invece, sorpresa! è solo la tradizione del fare sempre tutto come si è sempre fatto, ovvero ampiamente e ormai disperatamente migliorabile.
Probabilmente a un visitatore forestiero sembrerà di tornare indietro nel tempo, peccato che più che l'orgoglio della tradizione il mood sia piuttosto il vetusto, il sorpassato.

Preziosa varietà
Il lato buono del Salone c'è e come sempre è la varietà delle presenze: i piccoli editori che non puoi incontrare altrove, la loro competenza sui cataloghi, l'entusiasmo della professione, l'orgoglio di chi resiste nonostante i rovesci della finanza e la stretta sulla propensione alla spesa delle famiglie. Quanto a sconti sono i piccoli editori a guadagnare la palma della generosità.

Gli elefantiaci stand degli editori maggiori e di qualche istituzione, affollati i primi e deserti i secondi, scandiscono lo spazio tra dedali di corridoi ortogonali e anonimi agglomerati di "cubicles" quasi fantozziani, poco personalizzabili, in cui invece di mostrarsi si direbbe piuttosto che si occultino gli editori minori, loro malgrado poco valorizzati della fiera di cui sono il vero tesoro. 

Novelli Indiana Jones della cultura, gli appassionati come gli addetti ai lavori si affaticano tra i corridoi affacciandosi sui minuscoli stand alla ricerca di quanto solleciterà il loro appetito mentale, qua e là tesori inaspettati aspettano di essere trovati, i più audaci fiutano l'aria come segugi cercando la giusta fragranza di carta e inchiostro...

Come in ogni spedizione che si rispetti anche il più ardito dei cercatori sarà infine vinto dall'arsura o dal bisogno di sedersi, bene è qui che la fiera dà il meglio di sé: l'acqua venduta al prezzo del vino richiede pazienti incolonnamenti in code da esodo estivo che fanno pensare ad una crisi idrica imminente, quanto al sedersi non se ne parla neppure, le rarissime panchine sono affollate come camioncini peruviani, a meno di predisporsi ad un assalto all'arma bianca toccherà rinunciare. E' il destino dell'esploratore avere spirito di adattamento, rimane solo il pavimento o per i più coraggiosi i gradini all'esterno, sotto un solo cocente.

Come si vede al solito l'organizzazione si è fatta in quattro per agevolare i visitatori e incentivarli a sfogliare i libri visto che così potrebbero scoprire di volerli comprare. 
Bene, bravi, bis! Scusate, troppo entusiasmo, siamo in "regime di sobrietà".

i libri presi al Salone 2012
Malgrado i disagi di cui prima, l'incursione al Salone ha dato i suoi frutti, il bottino 2012 ammonta a quasi 100 volumi (anche con gli sconti farebbe comodo un finanziamento agevolato!) diversissimi tra loro che spero potranno offrire le migliori sorprese.

Con i tempi del caso seguiranno le recensioni ma incomincio con il segnalarne alcuni che sembrano particolarmente promettenti:

- ebook
i titoli in formato digitale sono ancora pochi, tra le novità positive, ovvero ebook che non siano soltanto la versione pdf del cartaceo, segnalo la bellissima app per iphone/ipad di Sellerio su Camilleri e le storie di Vigàta, meraviglioso il glossario ipermediale;  merita la segnalazione anche la versione digitale estesa di Zagreb dell'editore Aìsara che sfrutta le varie opzioni multimediali (audio, video, hyperlink, etc.)

- graphic novel
pur apprezzandoli (Marjane Satrapi, Will Eisner, Art Spiegelman, etc.) raramente mi soffermo su questi prodotti ma questa volta è d'obbligo la segnalazione di Shaun Tan con "L'approdo" per l'editore Eliot, davvero poetico e graficamente m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-o

- narrativa
 "Il vangelo secondo Biff" di Christopher Moore (LIT); "tenente Bravo" di Juan Marsé (Nottetempo); alcuni titoli di Henri Michaud; un giallo classico "I morti non lasciano impronte digitali" di Chambers (Polillo); "Il vento ti porterà" di Ostermaier (Scritturapura); e il balcanico "Il libro dei mestieri" di Cosic (Zandonai)

- saggistica
tra i più promettenti: "Ambienti animali e ambienti umani" di Uexkull (Quodlibet), un biologo e zoologo i cui studi influenzarono giganti del pensiero del calibro di Heidegger e Lacan; alcuni saggi sul mondo del lavoro nell'epoca della flessibilità (Sensibili alle foglie); la raccolta di saggi dal titolo "Borges.Labirinti immaginari" (Mimesis); infine "Inchiostro antipatico" di Bianchi (Bietti)

Moltissimi altri confido di poterli scoprire in seguito spulciando dai cataloghi che ho collezionato, ma ci vorrà tempo per leggere tutto. Il vero dilemma sarà con cosa cominciare (troppe prelibatezze) cercherò di non fare come l'asino di Buridano.

A presto con le prime recensioni.









20 apr 2012

Cronache del mondo rimosso - di Slavoj Zizek


Slavoj Zizek
Per chi non conoscesse l’istrionico filosofo sloveno Slavoj Zizek questa raccolta di brevi saggi e articoli può offrire una buona occasione per avvicinare l’esuberante personalità di un pensatore fieramente “di parte”, capace di mescolare elementi pop (cinema, televisione, etc.) con riferimenti alti sia in campo filosofico sia  psicoanalitico. In questa raccolta dal titolo “Distanza di sicurezza. Cronache del mondo rimosso” trovano posto brevi interventi a commento degli eventi (e loro conseguenze) che hanno segnato il post 11 settembre a partire dal primo anniversario degli attentati. Zizek fa proprio l’adagio di Lacan:”La verità si esprime negli spiazzamenti del tema centrale” e il risultato è una miscela conturbante e originale di elementi diversi e distanti tra loro che riesce a fare scaturire il pensiero alto dalle piccole cose, e che può aprire squarci di comprensione sui grandi temi, operando da punti di vista originali e inaspettati. 
In queste brevi incursioni da editorialista, Zizek affronta il tema della libertà e le sue storture attaccando le strutture di controllo del consenso (siano esse manifestazione di un potere o un fenomeno culturale o psicologico), molte le notizie provocatorie e curiose (ma vere) che si possono trovare nei testi. Il punto di vista critico di Zizek si pone da una prospettiva “di sinistra” ma che affonda nell’esperienza diretta del socialismo reale (con tutti i suoi lati oscuri) e della sua dissoluzione, è il punto di vista di chi guarda al passato senza rimpianti e in modo critico al futuro (/presente)  che viene propinato come il migliore dei mondi possibili (una non scelta, essendo priva di alternative, che a uno sguardo disilluso suscita più di qualche diffidenza).
La cultura pop irrompe nei testi fornendo spunto e pretesto per ragionamenti sui massimi sistemi, così il richiamo al film “Minority Report” apre a una riflessione sul concetto di “attacco preventivo” laddove il trasformarsi in vittima degli USA ha condotto alla logica del “con noi o contro di noi” ovvero alla pretesa di essere la sola istanza possibile. Rispetto ad essa gli USA gridano al mondo “svegliatevi”, ma la realtà è che con questo imperativo si anestetizza la capacità di giudizio altrui (del popolo americano e della comunità internazionale) per riscuotere un appoggio che non accetta alcuna verifica o condizionamento (la critica è ammessa purché non produca effetti pratici, in quanto funzionale al mantenere la facciata democratica). 

W. Bush
Zizek mostra gli aspetti patologici della paranoica missione di “esportazione della libertà” (o della democrazia), egli scrive nella contemporaneità dei fatti, durante la seconda guerra del golfo, e proprio nell’evoluzione delle sue analisi si può leggere una non comune capacità di penetrare le contraddizioni dell’amministrazione americana (in piena revanche dagli attentati), che purtroppo possono ricordare le più cupe manifestazioni ideologiche del ‘900 a cominciare dal nazismo della soluzione finale, che non diversamente da Bush (il quale invoca il proprio Dio a garante della missione salvifica per l’umanità contro il male), adottava posizioni altrettanto mistificatorie alimentando la teoria della “missione epocale”, del “compito della storia” (guarda caso il vettore del destino dell’uomo erano i nazisti stessi. Dal loro punto di vista si facevano carico di uno scomodo fardello per il bene dell’umanità, quella autenticamente tale, la loro). Sebbene sia chiaro che gli usa non promuovano alcuna “soluzione finale”, non è però difficile rilevare inquietanti similitudini nel linguaggio della propaganda pro guerra e nella politica militare USA nei confronti dell’islam (ma estendibile a qualunque realtà non perfettamente compiacente e diversa da sé). La minaccia terroristica spogliata di una precisa collocazione (non un popolo, un nazione, ma una non meglio definita cospirazione internazionale) apre le porte alla percezione di un pericolo le cui proporzioni sono insondabili, un’emergenza permanente; allo stesso modo anche la risposta (resistenza) a questa formidabile minaccia non può cessare, è la “giustizia infinita” di Bush & C appunto (inquietantemente imparentata alla teoria del “colpo alla schiena” di triste memoria). 
Nell’America del conflitto di civiltà, quella del patriot act e della sospensione dei diritti civili, un rassicurante segnale del persistere della democrazia sta paradossalmente nell’emersione degli scandali di Abu Ghraib (terribili in sé),  solo in una autentica democrazia avrebbe potuto emergere una simile notizia, le dittature semplicemente oscurano (e con efficacia) le informazioni sgradite.Questo elemento da solo non basta tuttavia a mettere al riparo dai pericoli di una cultura del nemico così maledettamente funzionale al capitale e alle ciniche speculazioni geopolitiche ed economiche che ne derivano. 

Nella foga del patriottismo anche il linguaggio si fa meno circospetto e la pancia dell’America, quella del radicalismo, del populismo e del fanatismo religioso cristiano, trova una cassa di risonanza e si mostra come il lato oscuro del paese, l’altra faccia del sistema, ineliminabile e ad esso indissolubilmente legato. Non è quindi un caso che il columnist favorito da Bush, Fareed Zakaria (autore nel 2003 del saggio “Democrazia senza libertà” -The Future of Freedom: Illiberal Democracy at Home and Abroad), disserti sul concetto di “deMOREcrazy” ovvero di quelli che a suo avviso sono i pericoli connessi ad un eccesso di democrazia, laddove teorizza la necessità di fare precedere la libertà (dalle regole) alla democrazia (l’istituzione di regole comuni) affinché “ciò che deve essere fatto si possa fare”. Siamo al  fraintendimento più profondo del mandato democratico laddove il leader non si interpreta più come un delegato bensì come il condottiero, che non segue ma guida. Una deriva pericolosa che in pratica ha già attecchito in modo pervasivo ma non altrettanto evidente sul piano dell’economia globale dove ogni decisione è irregimentata e regolata da poteri depoliticizzati in forza della presunta  necessità tecnica interna al sistema stesso. 

E’ impressionante leggere questo tipo di analisi (risalenti al periodo 2002/2004) considerando il privilegio del “senno di poi” del nostro punto di osservazione nel 2012, che ha visto la cessazione dell’intervento militare, il crollo della finanza mondiale e un progressivo abdicare della politica a un manipolo di tecnici cui è affidato il compito di preservare e salvare il sistema. 
La cosa è particolarmente evidente in Italia retta in questi mesi da un governo di “tecnici” nominato senza il passaggio elettorale. Il principio della “deMOREcrazy” prevede l’indebolimento di ogni forma di controllo e regolamentazione che possa  frenare, ispezionare o rallentare il sistema. Tipicamente questo è un trend totalitario laddove l’assunto (primo e indiscutibile) è che nessuna istanza o esigenza è contemplata al di fuori del sistema stesso, nel nostro caso significa che come gli USA hanno sistematicamente rifiutato ogni forma di condivisione del controllo o valutazione da parte di terzi del proprio operato (hanno rifiutato di sottoscrivere impegni ONU, e di riconoscere qualsivoglia organismo internazionale su qualunque decisione di politica interna o estera, interventi militari compresi) rivendicando per sé di essere l’incarnazione stessa del solo sistema accettabile (che quindi non può accettare interferenza alcuna ma è tuttavia legittimato ad esercitarla verso terzi);  analogamente nell’Europa e sopratutto nell’Italia (ma anche Grecia e Spagna) del 2012 si avvera il medesimo schema, questa volta in modo ancora più impersonale e depoliticizzato: è il sistema economico nella sua  pretesa terzietà, nella pretesa di essere esclusivamente un elemento tecnico, a imporre e disporre le più dolorose riforme sociali che stanno azzerando le conquiste sindacali degli ultimi 100 anni, aprendo a un sostanziale liberismo darwiniamo di modello friedmaniano. La giaculatoria secondo la quale è un fatto tecnico la necessità del salvataggio (in questo modo, e quale che ne sia il prezzo sociale) di “questo sistema economico”, indica una priorità che cozza brutalmente con l’innegabile verità che la situazione attuale (la crisi finanziaria) sia il frutto di questo stesso sistema economico. In questa prospettiva è straordinariamente significativo che ogni sforzo del potere sia indirizzato più all’escludere l’esistenza di qualsiasi alternativa agitando lo spettro di conseguenze ancora peggiori, piuttosto che enumerare i vantaggi (ma ci sono davvero?) di questo salvataggio. Come per lo scontro di civiltà dove si pretende di poter tracciare una linea che separa il bene dal male, anche il potere economico richiede un nemico potente e terribile che funga da leva per l’eliminazione di ogni resistenza e critica all’azione intrapresa. Come in guerra: “se non sei con noi, sei contro di noi”, un diktat che se può avere una sua coerenza in soggetti come Lenin, laddove traduce in pratica il confrontarsi di sistemi incompatibili, ma è decisamente fraudolento in un sistema che si dichiara democratico e pretende di incarnare la volontà dei molti. 
Il riassetto degli equilibri mondiali post 11 settembre non è il solo tema affrontato da Zizek, in questi brevi e sapidi interventi trovano spazio riflessioni su vari temi e anche le analisi di alcuni film come “The passion” di Gibson e la trilogia di “Matrix”(su questo segnalo, sempre di Zizek, il saggio “The matrix” dedicato alla  trilogia) e di un paio di giallisti come Patricia Highsmith (di cui Zizek è un cultore) e lo svedese Mankell. Quale che sia l’argomento Zizek non cessa di provocare giocando sullo spostamento dei piani interpretativi e articolando relazioni e suggestioni sorprendenti e spiazzanti. Una continua fucina di spaesamento in fuga dai luoghi comuni alla ricerca di quello che c’è (o potrebbe intravedersi) sotto.
Una lettura senz’altro stimolante.

[ Distanza di sicurezza / Slavoj Zizek / Manifestolibri ]
[ The matrix / Slavoj Zizek / Mimesis ]

16 apr 2012

La casa dell’incesto - di Anais Nin


Anais Nin (1903-1977)
Il titolo è urtante, non ci sono dubbi, ma il testo è veramente lirico. Si tratta di un poemetto in prosa di appena una sessantina di pagine in cui l’autrice da libero sfogo a un lirismo esuberante in cui si mescolano erotismo, spunti psicanalitici e simbolismi surrealisti. Un linguaggio ricercato e una vaga trama esotica, dove realtà e sogno si mescolano lasciando erompere una tensione erotica, sempre intensa, che oscilla tra estasi e disperazione. L’autrice definì il proprio libro “la mia stagione all’inferno”.
La lettura di questo breve testo può spiazzare per la difficoltà nel trattenere la trama e per la difficile interpretazione dell’apparato simbolico, ma il suo pregio maggiore sta proprio in questo ostacolo alla concettualizzazione, lo si deve prendere come viene, come si ascolta una composizione musicale, senza sovrastrutture mentali alla ricerca di associazioni e/o rimandi, solo farsi cullare dalle suggestioni del flusso di parole. 
Per quanto possa sembrare remoto il collegamento, ho associato questo testo al “Pasto nudo” di William Burroughs, in entrambi i casi infatti il testo si sforza di lasciare che parole e immagini siano solo sè stesse, nude emanazioni della psiche dell’autore, della sua anima. Burroughs si definiva “un cartografo di sè stesso” e si sforzava di riportare senza mediazioni sulla carta le visioni allucinate della sua psiche sotto effetto delle droghe, ovvero (dal suo punto di vista) la realtà nella sua nudità, che spogliata di ogni sovrastruttura interpretativa fa emergere la violenza nascosta e le strutture di controllo. 
Dai suoi diari sappiamo invece che Anais Nin mise mano ripetutamente al testo de “La casa dell’incesto” che quindi (diversamente dalla pretesa neutralità di Burroughs) è evidentemente il frutto di un lavoro di cesello, ma quello che conta è che il testo finale mostra a mio avviso molte affinità con la “trascrizione” burroughsiana. “La casa dell’Incesto”  è una sorta di autoanalisi, una serie di associazioni spontanee e travestimenti interpretativi, l’esposizione di un’anima nelle sue tensioni e contraddizioni. Si parla dell’amore per un altra donna, ma il libro è sopratutto un indagine su sé stessa, sui propri desideri e paure, un percorso di consapevolezza che disvela la natura incestuosa dell’amore: l’oggetto del desiderio è una proiezione di una parte del proprio sé, un narcisismo; in questo senso l’amore dimora nella casa dell’incesto. 
Come già aveva notato Freud le rielaborazioni ex post della psiche sono più significative della fenomenologia immediata, come quando il ricordo di un sogno viene modificato ripetutamente facendo emergere la direzione impressa dall’inconscio. Borges ad  esempio era in grado di citare a memoria interi capitoli di opere lette molti anni prima, le poche ma significative inversioni o sostituzioni che la sua mente operava ai testi son l’indizio più significativo e suggestivo del  suo giudizio su di essi.

Per chi non pago della fruizione impressionistica del testo volesse invece inoltrarsi in un tentativo interpretativo di simboli e figure sarà un valido aiuto la lettura dei dettagliatissimi diari dell’autrice. Resta però per me il dubbio di quale valore aggiunto possa portare al piacere della lettura ricondurre a elementi biografici figure dal grande impatto poetico come la danzatrice senza braccia (riferimento allo spettacolo di un ballerino dell’epoca),  o il fatto che l’amore lesbico avesse un oggetto reale nella moglie di un suo amante, o ancora l’interpretazione in chiave psicanalitica di figure come quella del corpo nudo senza pelle, immagine poetica di una sensibilità intensa e compiaciutamente dolorosa.
Una lettura diversa, senz’altro consigliabile

- Curiosità
Anais Nin (1903-1977) fu amica di Antonin Artaud, amante di Henry Miller e della moglie di lui, June; intrecciò una relazione con il suo analista, il freudiano Otto Rank; grafomane, riversò nei diari i trascorsi libertini e la  sua intera vita di scrittrice.

Oltre che per i “Diari” è sopratutto celebre per la produzione di letteratura erotica la cui opera più famosa è la raccolta di racconti “Il delta di Venere” (1978).
“La casa dell’incesto” fu concepita all’inizio del 1932 ed ebbe la sua prima pubblicazione a New York nel 1935.

[ La Casa dell'incesto / Anais Nin / ES (edizione con testo originale inglese a fronte)

13 apr 2012

Casinò Royale - di Ian Fleming


Ian Fleming (1908-1964)
Come noto si tratta del celebre primo libro con protagonista il super spione con licenza di uccidere, James Bond 007, impavido e infallibile agente del MI6, il servizio segreto britannico. Anche se come moltissimi ho visto numerosi film tratti dai romanzi di Fleming non  avevo ancora mai letto i libri, perciò quando ho visto su una bancarella “Casino Royale” il primo della serie, ho deciso di colmare la lacuna. Prevedibilmente il climax del libro è figlio del suo tempo, la guerra fredda e la lotta contro l’impero del male, quelli che mangiano i bambini. Il personaggio di Bond è intrigante, sicuro di sé ma quasi normale rispetto alle esagerazioni superomistiche delle versioni cinematografiche (a proposito tra i più vecchi, il film che preferisco è Goldfinger del 1964). 
Il Bond di carta è un uomo audace ma fallibile, nel libro infatti è ripetutamente vittima di inganni e viene ferito; anche il cliché dell’uomo che usa le donne con cinismo senza mai farsi coinvolgere è rovesciato, qui cade vittima dell’amore e dell’inganno, anche se poi si riscuote bruscamente con un insolita, inumana freddezza non appena scopre il doppio gioco di lei. La cosa più distonica rispetto al modello cinematografico e la dinamica statica dell’intreccio: appostamenti, lunghe partite a carte, gite al mare. Poca azione (anche se non manca qualche colpo d’arma da fuoco, una bomba e persino il classico inseguimento automobilistico), la stessa missione viene dichiaratamente presentata come un qualcosa che ha scarse probabilità di successo ed è in buona misura in mano al caso (il clou della faccenda è che Bond deve battere al gioco d’azzardo un criminale internazionale per esporlo finanziariamente con alcuni suoi “amici” ben poco concilianti), Bond non riceve l’incarico perché è una sorta di superman della categoria spioni (mira infallibile, abile nei travestimenti, saltimbanco, poliglotta o altro) ma più banalmente perché ha sangue freddo ed è un buon giocatore d’azzardo. 
Come si vede l’autore esplicita una critica rispetto ad azioni di “intelligence” che non sempre spiccano per la qualità omonima e appaiono più come l’azzardo giocato sulla pelle di fedeli soldati (non diversamente da quanto accade sui campi di battaglia con la cinica stima dei morti preventivati per le operazioni sul campo). 

La lettura del romanzo è davvero piacevole, si viene trasportati in luoghi esotici, tra lussi e belle donne. Un’atmosfera sospesa, irreale di calma, che copre come un sudario la tensione dell’inganno sempre in agguato. Il drink è onnipresente e sembra il solo modo di ammazzare il tempo mentre Bond e compari recitano la parte dei ricconi con consumata nonchalance. Il cattivo di turno porta il cartoonistico nome di “Le Chiffre” e Bond (una regola in tutti i film) non si nasconde dietro uno pseudonimo ma si presenta a tutti con il suo nome, come se il mondo del crimine e delle spie (siamo in piena guerra fredda e tutti spiano tutti) non avessero modi e mezzi per identificarlo (cosa che infatti immancabilmente avviene). La bella di turno porta il nome di Vesper e sarà l’unico, rinnegato amore di Bond. 

Considerando che il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1953 le ragioni del suo successo sono decisamente comprensibili, l’Europa si stava appena risollevando dalle devastazioni della guerra e da una recessione economica devastante e fantasticare di uomini e donne sempre impeccabili in abito da sera, a sorseggiare drink tra lussi inarrivabili in terre lontane in cui regna un’estate sempiterna non poteva che incontrare la reverie di molti. A ciò si aggiunge l’elemento eroico del paladino del bene che supera ogni difficoltà e trionfa sul male.
L’omonimo film “Casino Royale” del 2006 con Daniel Craig nella parte di Bond è l’adattamento cinematografico a mio avviso più riuscito, attualizzato e fedele al modello allo stesso tempo, più fedele al personaggio originale (un uomo rude e problematico, non il perfettino, saccente e rimorchione, alla Sean Connery o Roger Moore). La sceneggiatura  ricalca il tema della partita a carte, aggiorna l’ambientazione e sopratutto aggiunge elementi action per dare spazio a una raffica di effetti speciali. Da notare che nel libro l’auto del primo Bond non è la mitica Aston Martin (una splendida DBS nel film) ma una Bentley vecchiotta, comprata usata. Il primo Bond letterario è molto meno action dei film Holliwoodiani ma questo non significa che manchino trovate di grande impatto, ad esempio la tortura cui viene sottoposto Bond è quanto di più terrificante un uomo possa immaginare, (si direbbe quasi una vendetta dell’autore contro il fascino impareggiabile del suo personaggio) e questo senza ricorrere a scene splatter o fiumi di sangue stile Tarantino, la medesima trovata è brillantemente trasposta anche nel film.
- Curiosità
Goldeneye - La dimora jamaicana di Fleming
Come noto Fleming era stato una spia e dopo la guerra nel 1946 si costruì una casa in Giamaica che chiamò Goldeneye dove si trasferì, fu in questo esotico rifugio che nel 1952 iniziò a scrivere il primo 007. 
Seguiranno altri 11 libri con James Bond protagonista, al ritmo di uno all’anno fino al 1964 anno della morte di Fleming.


[ Casinò Royale / Ian Fleming / Guanda ]

10 apr 2012

Il diritto all’ozio - di Paul Lafargue


Paul Lafargue (1842-1911)
Nell’Italia del 2012 è un continuo sproloquiare dei media sulla necessità di fare sacrifici, ridurre i diritti dei lavoratori, ridurre le pause, aumentare l’orario di lavoro, prolungare la vita lavorativa, ridurre e posticipare l’erogazione delle pensioni, etc. Per questo ho ritenuto interessante recensire questo celebre pamphlet che fu tra i maggiori contributi all’affermarsi del principio (oggi tanto fuori moda) della tripartizione della giornata lavorativa in 8 ore di lavoro, 8 di riposo e 8 per ricrearsi. Dannatamente inattuale e terribilmente attraente, o no? Siamo nell’epoca post ideologica, i sistemi socialisti sono implosi dunque che cosa avrà mai da dire di attuale un testo così “fuori tempo”: sorprendentemente molto!
In questo arguto pamphlet si rivendica il diritto di non fare nulla o meglio il diritto di poter fare “altro” dal lavoro, quell’altro che è precisamente la migliore salute, il coltivarsi nel corpo e nello spirito, ovvero la più alta forma di umanità.
Anche San Paolo esaltava la laboriosità, “chi non lavora non mangia” la regola fatta propria dai primi socialisti in polemica con il parassitismo del fare niente dei padroni, tutta la cultura moderna occidentale è permeata dall’etica del lavoro, tanto e bene, del diritto/dovere di lavorare; Lafargue tuttavia opera una rivoluzione prospettica: se è vero che “il lavoro rende liberi” e pertanto è imperativo il “diritto al lavoro”, ovvero la “libertà del lavoro”, questo non è tuttavia il fine ma un mezzo, occorre sapersi contenere dalla spinta a lavorare sempre di più, giacché la libertà di cui il lavoro è strumento, è in realtà la libertà (liberazione) dal lavoro stesso, macchine e progresso tecnologico forniscono il necessario surplus produttivo tale da consentire una più equa ridistribuzione delle fatiche e una minore (in termini percentuali) necessità di dedicarsi alle fatiche della produzione.

Questo breve (circa 40 pagine) ma fortunatissimo scritto è stato pubblicato in moltissime lingue e ancora oggi 132 anni dopo la sua prima pubblicazione offre spunti di riflessione tutt’altro che desueti. L’autore Paul Lafargue, genero di Marx (quello del Capitale), pubblicò “Il diritto all’ozio” nel 1880, obiettivo della sua invettiva erano i “Diritti dell’uomo” figli della rivoluzione francese, ovvero in particolare i limiti di orario della giornata lavorativa fissati per uomini, donne e bambini. Da buon socialista Lafargue rifiutava il compromesso con il sistema perché dal suo punto di vista qualunque compromesso è una concessione al sistema, come Rostagno oltre un secolo dopo, egli non voleva sedersi al tavolo (della trattativa) ma rovesciarlo. All’epoca della prima industrializzazione gli orari di lavoro standard erano notevoli 14/16 ore al giorno (anche in miniera), settimane di 10 giorni, le varie festività specie quelle religiose erano state abolite da Napoleone (o comunque drasticamente ridotte) e il risultato era sotto gli occhi di tutti, i salariati diventavano nuovamente schiavi, questa volta del lavoro; ad ogni crisi da sovraproduzione si innescava una guerra tra poveri rassegnati al ribasso pur di non perdere il lavoro (unica via di sopravvivenza). Il punto di vista di Lafargue è che sia appunto il sistema capitalista a incatenare i salariati e a immetterli in un meccanismo autodistruttivo, sono infatti proprio i salariati (non consapevoli del meccanismo) che  esposti come sono agli alti e bassi del mercato, chiedono via via sempre meno diritti e sempre meno denaro in cambio di orari sempre più dilatati e periodi di riposo sempre meno frequenti, questo per l’ansia di perdere anche il poco che hanno. 
1907 - Minatori italiani (bambini compresi)
Non a caso, fa notare Lafargue con caustica ironia, sono gli stessi industriali a imporre una riduzione dei turni di lavoro (parliamo di 14 ore al dì, dei veri benefattori) e qualche giorno di pausa obbligatorio ogni tanto, questo perché la produzione ne risente positivamente in qualità e quantità. Ora se è vero, come dimostrano le cifre ufficiali fornite dagli stessi industriali, che una piccola riduzione dell’orario di lavoro ha ottenuto uno straordinario aumento della produzione, chissà quali incredibili risultati darebbe una riduzione dell’orario di lavoro a sole 3 ore al giorno, che è appunto la provocatoria proposta di Lafargue.
Al di là delle provocazioni gli strali di Lafargue colpiscono nel segno e sono sorprendentemente attuali nell’analisi ancora oggi, Lafargue non visse abbastanza per vedere applicato il principio delle 8 ore giornaliere e della pausa settimanale (a favore del quale si era battuto risolutamente) che a partire dal 1909 in Francia incominciò poi a essere adottato negli anni successivi in larga parte degli stati europei. Sul finire degli anni ’30 erano milioni i salariati che godevano di un cospicuo periodo di riposo estivo, nel 1936 oltre 1milione e mezzo di parigini inaugurò il fenomeno degli esodi estivi lasciando Parigi per il mare durante la pausa estiva dal lavoro. Alla fine degli anni ‘50 inizio ‘60 esplose il fenomeno degli esodi estivi di cui il campeggio fu la bandiera del riposo popolare. 

Ora nel 2012 in questa Italia martoriata dalla crisi economica si va raccontando che questa ubriacatura di libertà dal lavoro è stata un’illusione, una frode che le generazioni passate faranno pagare alle presenti e alle future. Sobrietà, abnegazione, rigore: sono le parole d’ordine del potere post crollo finanziario. La ricetta è quella di un secolo e mezzo fa, quella dei primi grandi imperi industriali: riduzione dei diritti dei lavoratori, allungamento dell’orario di lavoro, diminuzione delle giornate non lavorative, turnazione per produzione a ciclo continuo e addirittura ora c’è chi incomincia a parlare della necessità di fare corrispondere i salari all’effettiva produttività, come se questa dipendesse direttamente dal lavoratore e non anche (e sopratutto) da altri fattori quali investimenti in tecnologie produttive. E una volta ottenuta questa sovraproduzione (la stessa Fiat di Marchionne aveva fissato obiettivi produttivi molto superiori ai reali trend delle vendite) dove mai si potrà trovare un mercato in grado di accogliere i prodotti quando i salariati, sempre più poveri e compressi nelle loro risorse, non avranno più i mezzi per diventare a loro volta consumatori?

La disoccupazione è un sacrificio necessario per superare la crisi, una cosa temporanea per stare meglio dopo, così recita il potere (in Italia e altrove) eppure come mai potrà la minoranza, sebbene sempre più ricca, compensare la riduzione forzata dei consumi di masse di milioni di persone? Nel mondo di Lafargue le fabbriche producevano più di quanto potesse essere collocato sul mercato interno (e per questo gli stati cercavano nuovi mercati con le conquiste militari), i salariati erano esclusi dalla possibilità di acquistare gli stessi beni che producevano e pertanto la distanza tra ricchi e poveri aumentava. E’ dell’aprile 2012 la notizia che in Italia i capitali dei 10 uomini più ricchi della nazione sia pari alla somma degli averi di 3 milioni degli italiani meno abbienti, una distanza siderale. Inoltre i livelli di sovraproduzione moderna sono enormemente più elevati di quelli di fine ‘800 e paradossalmente il vasto mondo globalizzato non è più (per altri versi, non è ancora) un mercato sufficientemente elastico e permeabile da assorbire i volumi produttivi dell’occidente industrializzato.
Il diritto all'ozio
Oggi nel pieno della crisi economica del 2012, 132 anni dopo la pubblicazione del pamphlet di Lafargue, i turiferari del capitale non fanno che instillare il senso di colpa: avete fatto le cicale ora vi tocca rimediare. Ma la crisi globale non era partita dalla speculazioni finanziare di pochissimi super ricchi? e ancora questa forbice tra ricchi e poveri non si è ulteriormente allargata? e allora la Tobin tax (-0.05% sulle transazioni finanziarie)? Macché, colpa nostra che non abbiamo voglia di lavorare; dobbiamo lavorare di più guadagnando meno e se il lavoro non c’è è perché le aziende non possono licenziare quei pochi che un lavoro (sempre peggio pagato) ancora ce l’hanno. Che il danno ci sia e sia grave non ci sono dubbi, così come non ci può essere dubbio alcuno che siano stati coloro che adesso propongono le loro soluzioni a provocare la malattia che cercano di curare. Quello che francamente trovo incredibile è che il clima da catastrofe imminente abbia reciso ogni capacità di critica e di reazione, il meccanismo mi ricorda quello della guerra al terrore di Bush, siamo davanti a catastrofi incombenti di enormi proporzioni, mettete da parte ogni resistenza e fidatevi di noi, se non siete con noi siete parte del problema. 
Ora il punto è: con che diritto un manipolo di teorici la cui vita non è mai stata neppure lontanamente apparentata alle condizioni di vita della maggioranza delle persone, può decidere per tutti? La sola spiegazione è la paura. E’ la paura, e anche la vergogna, quel senso di inferiorità e di colpa che i media stanno propagandando che fanno sì che invece di reagire ci si rassegni. Il governo Monti non è responsabile del disastro al quale è stato chiamato (ma non dagli italiani) a porre rimedio, ma anche questo gruppo di saggi è fallibile, e la ricetta proposta ha costi sociali che solo un algido cinismo può considerare accettabili. Se quel che conta è il risultato allora si poteva fare come Stalin che se l’era presa con i Kulaki, in Italia avremmo potuto giustiziare metà dei pensionati (non erano loro le cicale?) e avremmo dimezzato il debito, ricetta troppo eugenetica? allora perché non abbattere gli stipendi pubblici più alti (tutti, politici e professori compresi) a livello di un quadro di una pmi? questo non avrebbe causato la fuga dei capitali privati interni ed esterni, ma avrebbe almeno a livello dello Stato dimostrato la condivisione del sacrificio a cui si chiama l’intera nazione, altrimenti l’input al sacrificio collettivo suona come il motto di quei gerarchi che incitavano le reclute “armatevi e partite!”
Licenziati/Clochard a Osaka
In Italia hanno destato molto clamore i recenti casi di suicidio tra pensionati, imprenditori e dipendenti stremati dalla recessione economica (e atterriti dalle riforme in atto), tuttavia malgrado le inevitabili e non del tutto immotivate aspre polemiche, è chiaro che non sono direttamente frutto dell’azione di questo governo. A mio avviso la causa prima di questo fenomeno va cercato altrove, presumibilmente in problematiche individuali che trovano nel clima da catastrofe incombente l’ultimo e in realtà il meno determinante stimolo a gesti lungamente premeditati. In Giappone c’è un fenomeno unico (almeno per ora) di istituzionalizzazione del fallimento personale, chi fallisce non si suicida più fisicamente ma socialmente (il seppuku è cosa da samurai, ormai solo il tragico vezzo di  qualche premio Nobel autoctono). Chi perde il lavoro si autoesclude dal mondo civile sottraendosi dal giudizio collettivo, la vittima di questa enorme pressione morale, la sanzione sociale del fallimento, semplicemente si sottrae alla vergogna e con questa sparizione salva e libera la sua famiglia dalla gogna sociale. E’ il fenomeno degli impiegati e dei dirigenti giapponesi che perdono il lavoro e che invece di tornare a casa e esporsi al pubblico ludibrio per quello che è vissuto come una colpa personale, si autoemarginano andando a vivere come clochard nei vicoli delle grandi metropoli, non più cittadini, non più oggetto di sanzione alcuna, letteralmente al di là del bene e del male. Questo fenomeno dà da pensare se si considera che in una grande città come Milano le statistiche parlano di persone che si indebitano pur di fare le vacanze all’estero e non è raro il fenomeno di quanti non potendo “andare in vacanza” si autorecludono nella propria abitazione chiudendo le persiane ed evitando il contatto con le persone per simulare di essere anche loro in ferie.
Concludendo la lettura de “Il diritto all’ozio di Lafargue” è una buona medicina, quasi un’iniezione di ottimismo in tempi così cupi. L’invettiva di Lafargue non è infatti contro il lavoro in sé quanto piuttosto al suo eccesso e sfruttamento. Certo rispetto agli orrori del primo capitalismo i cui inferni si chiamano miniere e telai meccanici e che vedono un’umanità cenciosa, bambini compresi, ai limiti delle proprie forze contendersi il lavoro a colpi di ribasso delle proprie pretese, il lavoro moderno può sembrare un parco giochi. Quel che resta di invariato però è il principio, il lavoro libera, è un diritto, ma non deve diventare eccessivo altrimenti non solo causa abbruttimento ai sommersi ma anche  l’eccessiva divaricazione che verrà a crearsi tra ricchi e poveri non permetterà più di collocare i beni prodotti. 

Milton Friedman (1912-2006)
Nella concezione liberista alla Milton Friedman si ritiene appunto che sia il mercato stesso ad autoregolarsi riequilibrando quando necessario in base ai flussi di domanda e offerta, ma questo come la storia insegna non è assolutamente vero sul piano delle conseguenze umane (basti pensare al Cile friedmaniano di Pinochet ). Per capirsi anche il caso dello schema di Ponzi è teoricamente autoregolatorio, infatti mano a mano che la piramide (il multilevel) si allarga il sistema non è più in grado di sorreggere l’illusione e collassa, è quello che è successo con Madoff. Quello che però la teoria non dice è quanti cadaveri tale crollo lascia dietro di sé, nello specifico il danno è stato di tale entità da sconquassare l’equilibrio mondiale. Ora è chiaro che se ci si pone sempre dal punto di vista del gruppo dei salvati il problema non ci riguarda, e anzi il male necessario, fortifica il sistema. Tuttavia gli eventi della crisi finanziaria mondiale hanno mostrato come il confine tra sommersi e salvati sia molto labile e come l’ascensore sociale funzioni in una sola direzione verso il basso, dove i salvati salgono sempre più su ma per strada perdono alcuni colleghi che vanno a ingrossare la massa dei sommersi. Solo un feroce darwinismo sociale può sostenere un tale cinismo opportunista. Pur non confidando nell’umana bontà preferisco pensare che l’istinto sociale (e di sopravvivenza) possa infine prevalere malgrado le affabulazioni pirotecniche di una informazione non sempre a tutto tondo.