10 apr 2012

Il diritto all’ozio - di Paul Lafargue


Paul Lafargue (1842-1911)
Nell’Italia del 2012 è un continuo sproloquiare dei media sulla necessità di fare sacrifici, ridurre i diritti dei lavoratori, ridurre le pause, aumentare l’orario di lavoro, prolungare la vita lavorativa, ridurre e posticipare l’erogazione delle pensioni, etc. Per questo ho ritenuto interessante recensire questo celebre pamphlet che fu tra i maggiori contributi all’affermarsi del principio (oggi tanto fuori moda) della tripartizione della giornata lavorativa in 8 ore di lavoro, 8 di riposo e 8 per ricrearsi. Dannatamente inattuale e terribilmente attraente, o no? Siamo nell’epoca post ideologica, i sistemi socialisti sono implosi dunque che cosa avrà mai da dire di attuale un testo così “fuori tempo”: sorprendentemente molto!
In questo arguto pamphlet si rivendica il diritto di non fare nulla o meglio il diritto di poter fare “altro” dal lavoro, quell’altro che è precisamente la migliore salute, il coltivarsi nel corpo e nello spirito, ovvero la più alta forma di umanità.
Anche San Paolo esaltava la laboriosità, “chi non lavora non mangia” la regola fatta propria dai primi socialisti in polemica con il parassitismo del fare niente dei padroni, tutta la cultura moderna occidentale è permeata dall’etica del lavoro, tanto e bene, del diritto/dovere di lavorare; Lafargue tuttavia opera una rivoluzione prospettica: se è vero che “il lavoro rende liberi” e pertanto è imperativo il “diritto al lavoro”, ovvero la “libertà del lavoro”, questo non è tuttavia il fine ma un mezzo, occorre sapersi contenere dalla spinta a lavorare sempre di più, giacché la libertà di cui il lavoro è strumento, è in realtà la libertà (liberazione) dal lavoro stesso, macchine e progresso tecnologico forniscono il necessario surplus produttivo tale da consentire una più equa ridistribuzione delle fatiche e una minore (in termini percentuali) necessità di dedicarsi alle fatiche della produzione.

Questo breve (circa 40 pagine) ma fortunatissimo scritto è stato pubblicato in moltissime lingue e ancora oggi 132 anni dopo la sua prima pubblicazione offre spunti di riflessione tutt’altro che desueti. L’autore Paul Lafargue, genero di Marx (quello del Capitale), pubblicò “Il diritto all’ozio” nel 1880, obiettivo della sua invettiva erano i “Diritti dell’uomo” figli della rivoluzione francese, ovvero in particolare i limiti di orario della giornata lavorativa fissati per uomini, donne e bambini. Da buon socialista Lafargue rifiutava il compromesso con il sistema perché dal suo punto di vista qualunque compromesso è una concessione al sistema, come Rostagno oltre un secolo dopo, egli non voleva sedersi al tavolo (della trattativa) ma rovesciarlo. All’epoca della prima industrializzazione gli orari di lavoro standard erano notevoli 14/16 ore al giorno (anche in miniera), settimane di 10 giorni, le varie festività specie quelle religiose erano state abolite da Napoleone (o comunque drasticamente ridotte) e il risultato era sotto gli occhi di tutti, i salariati diventavano nuovamente schiavi, questa volta del lavoro; ad ogni crisi da sovraproduzione si innescava una guerra tra poveri rassegnati al ribasso pur di non perdere il lavoro (unica via di sopravvivenza). Il punto di vista di Lafargue è che sia appunto il sistema capitalista a incatenare i salariati e a immetterli in un meccanismo autodistruttivo, sono infatti proprio i salariati (non consapevoli del meccanismo) che  esposti come sono agli alti e bassi del mercato, chiedono via via sempre meno diritti e sempre meno denaro in cambio di orari sempre più dilatati e periodi di riposo sempre meno frequenti, questo per l’ansia di perdere anche il poco che hanno. 
1907 - Minatori italiani (bambini compresi)
Non a caso, fa notare Lafargue con caustica ironia, sono gli stessi industriali a imporre una riduzione dei turni di lavoro (parliamo di 14 ore al dì, dei veri benefattori) e qualche giorno di pausa obbligatorio ogni tanto, questo perché la produzione ne risente positivamente in qualità e quantità. Ora se è vero, come dimostrano le cifre ufficiali fornite dagli stessi industriali, che una piccola riduzione dell’orario di lavoro ha ottenuto uno straordinario aumento della produzione, chissà quali incredibili risultati darebbe una riduzione dell’orario di lavoro a sole 3 ore al giorno, che è appunto la provocatoria proposta di Lafargue.
Al di là delle provocazioni gli strali di Lafargue colpiscono nel segno e sono sorprendentemente attuali nell’analisi ancora oggi, Lafargue non visse abbastanza per vedere applicato il principio delle 8 ore giornaliere e della pausa settimanale (a favore del quale si era battuto risolutamente) che a partire dal 1909 in Francia incominciò poi a essere adottato negli anni successivi in larga parte degli stati europei. Sul finire degli anni ’30 erano milioni i salariati che godevano di un cospicuo periodo di riposo estivo, nel 1936 oltre 1milione e mezzo di parigini inaugurò il fenomeno degli esodi estivi lasciando Parigi per il mare durante la pausa estiva dal lavoro. Alla fine degli anni ‘50 inizio ‘60 esplose il fenomeno degli esodi estivi di cui il campeggio fu la bandiera del riposo popolare. 

Ora nel 2012 in questa Italia martoriata dalla crisi economica si va raccontando che questa ubriacatura di libertà dal lavoro è stata un’illusione, una frode che le generazioni passate faranno pagare alle presenti e alle future. Sobrietà, abnegazione, rigore: sono le parole d’ordine del potere post crollo finanziario. La ricetta è quella di un secolo e mezzo fa, quella dei primi grandi imperi industriali: riduzione dei diritti dei lavoratori, allungamento dell’orario di lavoro, diminuzione delle giornate non lavorative, turnazione per produzione a ciclo continuo e addirittura ora c’è chi incomincia a parlare della necessità di fare corrispondere i salari all’effettiva produttività, come se questa dipendesse direttamente dal lavoratore e non anche (e sopratutto) da altri fattori quali investimenti in tecnologie produttive. E una volta ottenuta questa sovraproduzione (la stessa Fiat di Marchionne aveva fissato obiettivi produttivi molto superiori ai reali trend delle vendite) dove mai si potrà trovare un mercato in grado di accogliere i prodotti quando i salariati, sempre più poveri e compressi nelle loro risorse, non avranno più i mezzi per diventare a loro volta consumatori?

La disoccupazione è un sacrificio necessario per superare la crisi, una cosa temporanea per stare meglio dopo, così recita il potere (in Italia e altrove) eppure come mai potrà la minoranza, sebbene sempre più ricca, compensare la riduzione forzata dei consumi di masse di milioni di persone? Nel mondo di Lafargue le fabbriche producevano più di quanto potesse essere collocato sul mercato interno (e per questo gli stati cercavano nuovi mercati con le conquiste militari), i salariati erano esclusi dalla possibilità di acquistare gli stessi beni che producevano e pertanto la distanza tra ricchi e poveri aumentava. E’ dell’aprile 2012 la notizia che in Italia i capitali dei 10 uomini più ricchi della nazione sia pari alla somma degli averi di 3 milioni degli italiani meno abbienti, una distanza siderale. Inoltre i livelli di sovraproduzione moderna sono enormemente più elevati di quelli di fine ‘800 e paradossalmente il vasto mondo globalizzato non è più (per altri versi, non è ancora) un mercato sufficientemente elastico e permeabile da assorbire i volumi produttivi dell’occidente industrializzato.
Il diritto all'ozio
Oggi nel pieno della crisi economica del 2012, 132 anni dopo la pubblicazione del pamphlet di Lafargue, i turiferari del capitale non fanno che instillare il senso di colpa: avete fatto le cicale ora vi tocca rimediare. Ma la crisi globale non era partita dalla speculazioni finanziare di pochissimi super ricchi? e ancora questa forbice tra ricchi e poveri non si è ulteriormente allargata? e allora la Tobin tax (-0.05% sulle transazioni finanziarie)? Macché, colpa nostra che non abbiamo voglia di lavorare; dobbiamo lavorare di più guadagnando meno e se il lavoro non c’è è perché le aziende non possono licenziare quei pochi che un lavoro (sempre peggio pagato) ancora ce l’hanno. Che il danno ci sia e sia grave non ci sono dubbi, così come non ci può essere dubbio alcuno che siano stati coloro che adesso propongono le loro soluzioni a provocare la malattia che cercano di curare. Quello che francamente trovo incredibile è che il clima da catastrofe imminente abbia reciso ogni capacità di critica e di reazione, il meccanismo mi ricorda quello della guerra al terrore di Bush, siamo davanti a catastrofi incombenti di enormi proporzioni, mettete da parte ogni resistenza e fidatevi di noi, se non siete con noi siete parte del problema. 
Ora il punto è: con che diritto un manipolo di teorici la cui vita non è mai stata neppure lontanamente apparentata alle condizioni di vita della maggioranza delle persone, può decidere per tutti? La sola spiegazione è la paura. E’ la paura, e anche la vergogna, quel senso di inferiorità e di colpa che i media stanno propagandando che fanno sì che invece di reagire ci si rassegni. Il governo Monti non è responsabile del disastro al quale è stato chiamato (ma non dagli italiani) a porre rimedio, ma anche questo gruppo di saggi è fallibile, e la ricetta proposta ha costi sociali che solo un algido cinismo può considerare accettabili. Se quel che conta è il risultato allora si poteva fare come Stalin che se l’era presa con i Kulaki, in Italia avremmo potuto giustiziare metà dei pensionati (non erano loro le cicale?) e avremmo dimezzato il debito, ricetta troppo eugenetica? allora perché non abbattere gli stipendi pubblici più alti (tutti, politici e professori compresi) a livello di un quadro di una pmi? questo non avrebbe causato la fuga dei capitali privati interni ed esterni, ma avrebbe almeno a livello dello Stato dimostrato la condivisione del sacrificio a cui si chiama l’intera nazione, altrimenti l’input al sacrificio collettivo suona come il motto di quei gerarchi che incitavano le reclute “armatevi e partite!”
Licenziati/Clochard a Osaka
In Italia hanno destato molto clamore i recenti casi di suicidio tra pensionati, imprenditori e dipendenti stremati dalla recessione economica (e atterriti dalle riforme in atto), tuttavia malgrado le inevitabili e non del tutto immotivate aspre polemiche, è chiaro che non sono direttamente frutto dell’azione di questo governo. A mio avviso la causa prima di questo fenomeno va cercato altrove, presumibilmente in problematiche individuali che trovano nel clima da catastrofe incombente l’ultimo e in realtà il meno determinante stimolo a gesti lungamente premeditati. In Giappone c’è un fenomeno unico (almeno per ora) di istituzionalizzazione del fallimento personale, chi fallisce non si suicida più fisicamente ma socialmente (il seppuku è cosa da samurai, ormai solo il tragico vezzo di  qualche premio Nobel autoctono). Chi perde il lavoro si autoesclude dal mondo civile sottraendosi dal giudizio collettivo, la vittima di questa enorme pressione morale, la sanzione sociale del fallimento, semplicemente si sottrae alla vergogna e con questa sparizione salva e libera la sua famiglia dalla gogna sociale. E’ il fenomeno degli impiegati e dei dirigenti giapponesi che perdono il lavoro e che invece di tornare a casa e esporsi al pubblico ludibrio per quello che è vissuto come una colpa personale, si autoemarginano andando a vivere come clochard nei vicoli delle grandi metropoli, non più cittadini, non più oggetto di sanzione alcuna, letteralmente al di là del bene e del male. Questo fenomeno dà da pensare se si considera che in una grande città come Milano le statistiche parlano di persone che si indebitano pur di fare le vacanze all’estero e non è raro il fenomeno di quanti non potendo “andare in vacanza” si autorecludono nella propria abitazione chiudendo le persiane ed evitando il contatto con le persone per simulare di essere anche loro in ferie.
Concludendo la lettura de “Il diritto all’ozio di Lafargue” è una buona medicina, quasi un’iniezione di ottimismo in tempi così cupi. L’invettiva di Lafargue non è infatti contro il lavoro in sé quanto piuttosto al suo eccesso e sfruttamento. Certo rispetto agli orrori del primo capitalismo i cui inferni si chiamano miniere e telai meccanici e che vedono un’umanità cenciosa, bambini compresi, ai limiti delle proprie forze contendersi il lavoro a colpi di ribasso delle proprie pretese, il lavoro moderno può sembrare un parco giochi. Quel che resta di invariato però è il principio, il lavoro libera, è un diritto, ma non deve diventare eccessivo altrimenti non solo causa abbruttimento ai sommersi ma anche  l’eccessiva divaricazione che verrà a crearsi tra ricchi e poveri non permetterà più di collocare i beni prodotti. 

Milton Friedman (1912-2006)
Nella concezione liberista alla Milton Friedman si ritiene appunto che sia il mercato stesso ad autoregolarsi riequilibrando quando necessario in base ai flussi di domanda e offerta, ma questo come la storia insegna non è assolutamente vero sul piano delle conseguenze umane (basti pensare al Cile friedmaniano di Pinochet ). Per capirsi anche il caso dello schema di Ponzi è teoricamente autoregolatorio, infatti mano a mano che la piramide (il multilevel) si allarga il sistema non è più in grado di sorreggere l’illusione e collassa, è quello che è successo con Madoff. Quello che però la teoria non dice è quanti cadaveri tale crollo lascia dietro di sé, nello specifico il danno è stato di tale entità da sconquassare l’equilibrio mondiale. Ora è chiaro che se ci si pone sempre dal punto di vista del gruppo dei salvati il problema non ci riguarda, e anzi il male necessario, fortifica il sistema. Tuttavia gli eventi della crisi finanziaria mondiale hanno mostrato come il confine tra sommersi e salvati sia molto labile e come l’ascensore sociale funzioni in una sola direzione verso il basso, dove i salvati salgono sempre più su ma per strada perdono alcuni colleghi che vanno a ingrossare la massa dei sommersi. Solo un feroce darwinismo sociale può sostenere un tale cinismo opportunista. Pur non confidando nell’umana bontà preferisco pensare che l’istinto sociale (e di sopravvivenza) possa infine prevalere malgrado le affabulazioni pirotecniche di una informazione non sempre a tutto tondo.


28 mar 2012

The shock doctrine - di Naomi Klein


Naomi Klein
Questo interessante saggio del 2007 (titolo italiano “Shock economy”) mi è tornato alla mente a causa della inquietante vicinanza degli scenari che descrive con quanto sta accadendo in questi mesi in Italia. Una pesante recessione e un gruppo di tecnici che impartisce medicine tanto amare da far temere che più che curare possano uccidere il paziente. La polemica sulle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è solo l’ultimo in ordine di tempo degli interventi che ricordano le strategie shock.

Nel saggio si documentano gli effetti devastanti delle teorie economiche facenti capo alla cosiddetta Scuola di Chicago, un gruppo di tecnici che alla prova dei fatti e della storia appare più come un manipolo di spregiudicati ideologi che hanno fatto da schermo, più ancora che da supporto culturale (se questa può chiamarsi cultura), per interessi economici  enormi, ambizioni espansionistiche e di controllo, azioni militari top secret (nel presunto interesse dei “civili”), il tutto producendo devastanti effetti sull’economia reale di interi continenti  e dando spazio a un crescente delirio megalomane. Come da manuale la convinzione irragionevole di essere assolutamente “dalla parte della ragione” apre le porte alle più grandi contraddizioni, tutto diventa strumentale e quando si è (o si crede di essere) il Principe, lo scriveva già Macchiavelli, allora il fine giustifica sempre i mezzi, quali che siano.

La perdita di contatto con la realtà consente ai sostenitori di questo feroce darwinismo sociale di ritenersi e porsi come i difensori del modello sociale ed economico ideale (secondo loro), e questo mentre la macchina ideologica fa a pezzi ogni empatia sociale, produce nemici interni ed esterni e sottomette ogni azione all’idea che ridurre le regole in campo economico (e sul lavoro) sia l’unica via. 

La tesi della Klein è che “the american way of life” nasconda un lato oscuro, un residuo ideologico (le teorie della scuola di Chicago) intorno a cui si agglutinano molte altre istanze (l’arrivismo economico, l’imperialismo militare, il nazionalismo, il conservatorismo, il fanatismo religioso cristiano, etc) spesso in contraddizione tra loro ma che saldate l’una all’altra traggono maggiore forza e pericolosità. Shock economy è una strategia di conquista del potere per imporre un controllo, un idea del mondo, tanto meglio se questo comporta anche il fare molti soldi, è per il bene di tutti, è per difendersi da un nemico subdolo e cangiante (un invenzione adattativa funzionale al mantenere alta la tensione). 

La teoria della Klein ricorda la “strategia della tensione” che ha interessato l’Italia anni ’60 e 70’ , ma ancora di più le operazioni strutturali in corso nel 2012 da parte del governo Monti. La situazione è da manuale: uno stato prostrato da una crisi economica profonda e uno staff di “professori” pronti a fare a pezzi lo stato sociale, indebolire le istanze dei lavoratori, rafforzare l’arbitrio delle grandi aziende e aprire le porte a investitori stranieri pronti a fare manbassa nei settori chiave (telecomunicazioni, materie prime, manifatture, industria meccanica e chimica), naturalmente a prezzo di saldo e senza ricadute positive sulla gran massa della popolazione.
Insomma le somiglianze tra la dottrina Shock economy e le riforme in corso in questa Italia 2012 sono senz’altro preoccupanti, tanto più che la storia ci ha mostrato come è andata a finire in Argentina, in Cile, Guatemala, e anche in Iraq, e non si dica che L’italia è altra cosa, ci vogliono secoli a conquistare diritti collettivi e pochi decreti per cancellarli, e questo è davvero pericoloso. 

La shock economy richiede un nemico, un pericolo incombente, più o meno reale che deve essere suscitato all’immaginazione delle masse per consentire a chi è al potere di assumere decisioni impopolari sull’onda dell’emergenza. Un perenne stato d’emergenza è funzionale al più agguerrito liberismo, l’emergenza può essere la ricostruzione dopo una calamità (con appalti diretti e loschi affari connessi, come è successo negli USA con l’uragano  Katrina e anche peggio da noi con il terremoto e gli scandali della protezione civile); può essere un presunto antagonista militare (l’impero del male, il terrorismo, la bufala delle armi di distruzione di massa); può essere la crisi economica (in questo caso l’ideologia salvifica acceca completamente). 
Se le aziende licenziano è perché non sono libere di licenziare abbastanza (una paralogismo che viene recitato come un mantra da compassatissimi professori; ci sarebbe da ridere se non fosse per la macelleria sociale che ne consegue). L’elemento ideologico si insinua ad ogni livello e per spiegare certi atteggiamenti non è sempre necessario ricorrere alla malafede o interessi privati (che pure abbondano), è come la superstizione: se il rito ha fallito è solo perché non è stato fatto per tempo o non era sufficientemente intenso. Ecco la spiegazione di decenni di fallimenti sugli scenari finanziari (nessuno degli economisti, neppure i premi Nobel, avevano previsto questa crisi finanziaria, anzi molti di loro ne sono in parte gli artefici grazie alle deregulation da loro caldeggiate e che hanno consentito il caos dei titoli derivati e dei mutui subprime). Eppure i "professori" insistono, non è il modello che è sbagliato è solo che non si è avuto il coraggio e la forza di applicarlo fino in fondo. 

Una lettura consigliatissima a cui vorrei accompagnare una nota positiva: per la prima volta negli USA si è andati (almeno a livello interno) su posizioni più simili al modello europeo, rivalutando l’ipotesi del sistema sanitario pubblico e rafforzando (sia pure in misura insufficiente) la rete di protezione sociale. In Europa sorprendentemente si sta andando in direzione opposta (vedi Grecia e Italia), si può almeno sperare che la storia culturale Europea sia più resistente al modello d’oltre oceano e che alla fine non ci si ritrovi con la tabula rasa teorizzata come ideale punto di partenza dai teorici dell’economia dello shock.

[ Shock economy / Naomi Klein / Rizzoli ]

20 mar 2012

Non sparate agli aquiloni - di Feride Cicekoglu


Feride Cicekoglu
Un bambino recluso senza colpe in Turchia, in carcere per il solo fatto che la madre è prigioniera e lui non avrebbe altro posto dove stare. Attraverso i suoi occhi la violenza della persecuzione politica e il degrado del carcere si ammanta di poesia. Le logiche crudeli della prigione, la convivenza non sempre facile, la rassegnazione, il dolore, un intera armata di colori cupi rischiarato come per scoppi pirotecnici dai fraintendimenti e dalle incomprensioni del bambino, che nella sua innocenza e ingenuità non capisce fino in fondo quello che vede e vive. Il piccolo Baris non conosce altra vita che questa, intravede la libertà solo per brevi tratti in un fazzoletto di cielo in cui volano a volte degli aquiloni. Il suo sguardo ingenuo e curioso evidenzia l’assurdità e l’ingiustizia della sua situazione. 

Il libro è davvero bello, compie un piccolo miracolo affrontando un tema duro e doloroso con una tale commovente poesia che la lettura diventa a tratti persino allegra, leggera e giocosa come gli aquiloni del titolo. Le poche pagine di cui si compone il testo (appena 61) fanno rimpiangere che finisca così presto. Terminata la lettura la mente ritorna inevitabilmente alla denuncia della repressione politica in Turchia, un tema quello della libertà che ci riguarda sempre tutti, in prima persona, in quanto esseri umani. 
Il piccolo Baris racconta l’inferno di un mondo rovesciato dove le persone sono recluse perché amano il proprio popolo, perché leggevano i libri, perché amano condividere, perché odiano le bugie. La violenza degli oppressori e la pochezza dei complici si mostra in tutta la sua assurdità: la censura ossessiva, la distruzione dei libri. Accanto alla questione politica, della libertà di pensiero, si affianca la denuncia sulla condizione femminile che vede le donne vittime di uomini violenti e di un sistema oscurantista e misogino, molte donne sono vittima di matrimoni imposti e di partner violenti, il loro rifiuto o fuga le ha portate a una condanna. 

Non si può che rendere merito all’editore Scritturapura cui si deve questa prima traduzione italiana del romanzo di Feride Cicekoglu, un libro cult non solo in Turchia che ha avuto anche una fortunata trasposizione cinematografica. L’autrice è stata arrestata durante il colpo di stato del 1980 ed è stata detenuta come prigioniera politica fino al 1984, “Non sparate agli aquiloni” è frutto di questa terribile esperienza.

Una lettura che non lascia indifferenti e che forse può aiutare a rimanere vigili, i fatti di cui narra il libro non appartengono a un remoto passato né a un luogo così lontano. Tra i molti pensieri belli e brutti che il libro mi ha suscitato, per associazione di  idee ho ricordato un film che affronta temi simili con una prospettiva che può avere qualche analogia con il libro. Il film del quale vi sconsiglio caldamente la visione è “Il labirinto del fauno” di  Guillermo del Toro (2006), una parabola sul trionfo dell’innocenza sulla ferocia della dittatura franchista.

[ Non sparate agli aquiloni / Feride Cicekoglu / Scritturapura ]

1 mar 2012

La fabbrica delle mogli - di Ira Levin

Ira Levin
Curiosando tra i banchi dei libri usati ho scovato un piccolo volume del 1973, una prima edizione italiana Garzanti de “La fabbrica delle mogli” (orig. “The Stepford wives” 1972) opera dello statunitense Ira Marvin Levin (autore tra le altre cose del celebre “Rosmary’s baby” nel 1968). 

Quella che a prima vista potrebbe sembrare una storiella di fantascienza stile anni ’50 si rivela in realtà un’acuta e inclemente satira del conformismo benpensante american style. Una parodia in chiave sociologica in salsa vagamente thriller.
Un libro piacevole, che fa riflettere. Attuale anche dopo 40 anni.
Il romanzo è la storia di Joanna che si è appena trasferita con il marito e i due figli a Stepford, ridente cittadina della periferia americana; certo il marito dovrà fare il pendolare con l’ufficio ma il posto è magnifico, tante villette separate da giardini in perfetto ordine, vialetti impeccabili, prati, quiete, servizi efficienti e a misura di famiglia, vicini cortesi. Joanna e il marito Walter sono una coppia giovane e moderna, credono nella parità dei sessi e Joanna non è la tipica massaia o una donna succube del marito, è politicamente attiva, ha interessi culturali, coltiva degli hobby, fa la fotografa e vende i suoi lavori. 
A Stepford sembra che il tempo non sia mai passato, è ancora il 1950: il modello è mogli sottomesse angeli del focolare. Joanna però è una ragazza di città e non intende proprio conformarsi. 
Qualcosa turba Joanna: le altre donne sono strane, vere e proprie super casalinghe lava-asciuga-metti-in-ordine con portamenti da modelle impeccabili-in-forma-sempre-cortesi,  troppo  servizievoli (senza un solo minuto di libertà) e troppo sorridenti, tanto da far pensare a una paresi o all’uso di droghe. 
Le poche donne ancora normali, mediamente disordinate, insoddisfatte e dotate di spirito di iniziativa come lei e con cui ha fatto immediatamente amicizia si stanno misteriosamente e inesorabilmente perdendo una ad una. Come fossero vittime di un sortilegio improvvisamente adottano il modello e si spengono del conformismo generale dimenticando ogni altra ambizione.

Ciò che più inquieta Joanna è l’associazione maschile (vietata alle signore), residuo di una mentalità superata che appena arrivati lei e suo marito avevano vagheggiato di infiacchire organizzando dei gruppi di discussione e fomentando rivendicazioni femministe con le altre donne. Ora però anche il marito frequenta l’associazione, il cui edificio in cima alla collina  incombe come una minaccia sulle donne di Stepford. Forse sta diventando paranoica, la verità è che le altre mogli sembrano addirittura contente di quella specie di schiavitù dorata, sono in pace con sé stesse e non cercano né desiderano nulla di più che servire il marito e apparire belle. Per quanto assurdo tutto sembra indicare una qualche forma di condizionamento, di coercizione ordita dagli uomini, qualcosa che trasforma le  donne di Stepford (tutte) in bambolone da sfoggio, vuote come manichini ed efficienti come robots.
La paranoia cresce e Joanna non vuole capitolare, potrà fidarsi del marito? In fondo è un uomo anche lui. 
In un crescendo di sospetti il libro giunge all’epilogo finale con sorpresa.
Buona lettura.
PS
Da questo libro è stato tratto il film del 2004 “La moglie perfetta” (titolo originale “The Stepford wives”) con Nicole Kidman, Glenn Close e Cristopher Walken. Nel film si ironizza sul conformismo duro a morire della provincia americana affermando che l’anacronistico comportamento delle donne aveva potuto passare inosservato solo perché Stepford era in Connecticut.
[ La fabbrica delle mogli / Ira Levin / Garzanti ]

28 feb 2012

Alla guida dell’Einaudi - di Mimmo Fiorino


Mi trovavo in un piccolo paese montano, ultimo avamposto abitato in una stretta valle delle alpi piemontesi, a Prali (1455 metri e 266 abitanti), quando ho fatto la conoscenza dell’autore di questo libro. In  agosto il piccolo borgo ospita infatti ormai da molti anni una bella rassegna libraria "Pralibro" organizzata da alcune librerie torinesi in collaborazione con la comunità valdese, qui nel 2011 Mimmo Fiorino presentava il suo libro, una raccolta di ricordi di quando era autista personale del celebre editore Giulio Einaudi. Mimmo e l’editore, allo stesso tempo vicini e lontani, sono due persone diversissime ma accomunate dalle lunghe ore di viaggio passate insieme, a volte viaggiano in due soli, altre volte viaggiano con loro personaggi famosi. Quella di Mimmo con il dottore Einaudi è più di un semplice lavoro, è la storia di un’amicizia improbabile, solida e sincera. Scorrazzando Einaudi e i suoi ospiti Mimmo viene in contatto con un mondo che non potrebbe esser più lontano dalla sua quotidianità, le ville meravigliose, i pasti con in tartufi bianchi, le riunioni d’affari, le frequentazioni con scrittori e intellettuali. La prosa di Mimmo è diretta e semplice, e come lui stesso ammette, la versione pubblicata è frutto di una revisione stilistica altrui, un’ottimo lavoro per carità, ma avendo conosciuto l‘autore avrei preferito una più diretta trasposizione di quel linguaggio schietto, meno elaborato ma vivo e colorito dell’originale. Mimmo è davvero una forza della natura quanto a simpatia, ipnotizza la sala e il tempo scorre in allegria, è una star inconsapevole.
Il bello di questo libretto delizioso sta nel fatto che ciò che viene raccontato è tutto vero, un racconto di vita romantico e malinconico, in una miscela davvero divertente, di leggerezza e di apprezzabile innocenza dello sguardo.
Giulio Einaudi
Il gioco di contrasti segna tutta la vicenda: il sig. Fiorino è un immigrato meridionale a Torino negli anni in cui l’orgogliosa ex capitale sabauda non era tenera con chi arrivava dal sud: troppe differenze, troppe diffidenze, troppe incomprensioni. Impiegato in Einaudi diventa l’autista personale del “Dottore”, un uomo che si rivelerà molto diverso dai farseschi mega direttori galattici di fantozziana memoria. E’ l’inizio di un rapporto ultra decennale in cui si realizza un’inaspettata sintonia. Ciascuno porta con sé un mondo lontanissimo da quello dell’altro, quasi un gioco di opposti: il nord vs il sud; la cultura vs l’ignoranza di chi non ha potuto studiare granché; la ricchezza vs la fatica di sopravvivere di chi (specie nei primi anni da immigrato al nord) deve lottare ogni giorno senza lesinare sacrifici e rinunce; l’introversione vs la calda espansività. Separano i protagonisti marcatissime distanze: di censo, di posizione sociale, di posizione gerarchica sul lavoro, di prospettiva, di relazioni, di consuetudini, di svaghi, di problemi, di possibilità; tuttavia condividono la breve solitudine dei lunghi viaggi in auto, una convivenza forzata e per certi versi innaturale, in uno spazio ristretto. Una parte delle loro vite così diverse trascorre  qiuindi insieme, un’occasione di confronto, di ascolto reciproco che produce stupori nei protagonisti e qualche tenerezza nei lettori.

Una storia vera, deliziosa e divertente, tanto piena di spunti che potrebbe sembrare inventata, quasi una fiaba; la storia di un’amicizia che vede nell’autore il testimone  orgoglioso e malinconico di un mondo per lui scomparso insieme a Einaudi. Chiudendo la presentazione del libro è lo stesso Mimmo a spiegare quasi con queste stesse parole “io ero orgoglioso di lavorare in Einaudi. Anche se facevo solo l’autista, mi sentivo parte di qualcosa di buono e di grande. Ora tutto è cambiato”.

Il padre della Sabrina del celebre film del 1954 con Audrey Hepburn e Humprey Bogart insegnava alla figlia di non dimenticare mai che la vita è come l’automobile ci sono i posti davanti e quelli dietro, che separano i signori dalle altre persone; la storia di Mimmo autista di Giulio Einaudi dimostra che un contatto tra i due mondi è possibile e proficuo per entrambe le parti anche fuori dalle finzioni cinematografiche.
[ Alla guida dell’Einaudi / Mimmo Fiorino / Mondadori ]

24 feb 2012

La teoria dell’1% - di Frédérich H. Fajardie


Frédérich H.Fajardie 

Scritto nel 1979 e finalmente nel 2011 alla prima edizione italiana (Editore Aìsara), con questo romanzo si dà ufficialmente l’avvio alla serie di noir con protagonista Tonio Padovani iniziata con “Assassini di sbirri” (scritto nel 1975). 
Il tempo è passato anche per il protagonista ora promosso di grado e rifugiatosi nella provincia francese, lontano dalle tensioni sociali delle grandi città, quando una serie di efferati omicidi realizzati con strane e teatrali modalità giunge a portare scompiglio nell’altrimenti placida e noiosa quiete del paesino della Normandia in cui è andato a vivere.

Il buon Padovani intuisce subito che il movente deve essere cercato in quel sostrato fatto di silenzi e omissioni che copre il lato oscuro della solo apparentemente innocua vita dalla provincia francese. 
Per le indagini chiama a supporto alcuni colleghi dalla città, quasi un’armata Brancaleone fatta di agenti dai modi spicci, senz’altro pesci fuor d’acqua in provincia e la cui palese alterità con il contesto salta all’occhio non esattamente accomodante  e amichevole degli autoctoni. 
In un crescendo di efferati omicidi il ventre molle della provincia francese incomincia a lasciare trasparire le suo ombre peggiori, la diffidenza, la giustizia come fatto privato, i segreti, i pettegolezzi, il razzismo (uno dei poliziotti al seguito di Padovani è di colore), i fantasmi del collaborazionismo

Come già il precedente romanzo anche questo si distingue più per l’affresco di critica sociale che per la trama mistery (peraltro godibile) dove la crudezza degli omicidi rispecchia l’infamia dei segreti della piccola comunità.
Ancora una volta la distinzione tra buoni e cattivi si fa fragile, dubbia, rischia di rovesciarsi nel suo contrario
Chi può dirsi davvero innocente? 
La morte, come cessazione di ogni possibilità, verrà a riportare un qualche tipo di ordine, ma una volta guardato nell’abisso non sarà più possibile continuare a fingere che tutto va bene. 
Ottima lettura, che fa riflettere su un passato che non passa.
La questione è tanto più aperta oggi a distanza di decenni anche in Italia a causa dell’attenuarsi del livello di attenzione verso questi temi che sono purtroppo tutt’altro che sorpassati.

[ La teoria dell’1% / Frédérich H.Fajardie / Aìsara ]

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  - Curiosità -  
Per associazione di idee il libro mi ha fatto ricordare un bel film di Resnais del 1959 del quale vi raccomando la visione, il titolo è “Hiroshima mon amour”, soggetto e sceneggiatura sono di Marguerite Duras.

17 feb 2012

Triangolo di lettere - Carteggio di Friedrich Nietzsche, Lou Von Salomé e Paul Rée.

Il volume raccoglie per la prima volta lettere, diari e altri documenti del periodo compreso tra il 1875 e il 1884 e in particolare si concentra sul carteggio tra i protagonisti di questo ménage a trois nel periodo aprile/ottobre 1882 quando la relazione tra Friedrich Nietzsche, Lou Andreas-Salomè e Paul Rée toccò l’apice. 
La storia è quella di un presunto triangolo amoroso, su cui si specula da oltre un secolo e rispetto al quale per la prima volta si rendono disponibili alcuni documenti di verifica, ma per la gioia dei sognatori il caso resta per il momento irrisolto, le autocensure, la cautela e l'ambiguità degli scritti lasciano infatti spazio tanto ai pettegolezzi pruriginosi quanto alle più disparate illazioni psicanalitiche. 
Lou
Nei fatti la tensione tra i tre e specie in Nietzsche è palpabile, l’attrazione innegabile e innegata come anche il rifiuto opposto da Lou a Nietzsche. Ma l’interesse per queste lettere sta nell’emergere inequivocabile nel trio della personalità geniale (e riconosciuta tale sia da Paul che da Lou) del filosofo dell’eterno ritorno; forse proprio questa superiorità intellettuale, questa distanza, pregiudicarono una possibile relazione, oppure più semplicemente fu la differenza di età. Paul Rée splende ma solo di riflesso per l’intensa luce proiettata dall’amico Nietzsche, tuttavia la bella, colta, arguta e intelligente (e pure peperina) Lou, lo preferisce al pensatore, perché? Eppure Lou aveva sviluppato con Nietzsche una significativa sintonia di spiriti, tanto da far intravedere a lui una possibilità, l’unica che abbia sognato concedersi: per Nietzsche infatti Lou è il solo essere femminile che può comprenderlo e pertanto desidera iniziarla al suo pensiero abissale, poi chissà... Forse la gioventù della ragazza (Nietzsche ha 38 anni, Lou 21 e Paul Rée 32), forse il carattere ombroso di Nietzsche, forse semplicemente l’incontro è al tempo sbagliato, “inattuale” come le dissertazioni del filosofo. Quel che è certo che dall’abisso della delusione sorge l’opera più ambiziosa e sciamanica del grande pensatore tedesco, di lì a poco infatti scriverà i primo libro del suo “Così parlò Zarathustra”. 
Lou Andreas-Salomé - Paul Rée - Friedrich Nietzsche
Nei suoi celebri seminari del 1934 sullo Zarathustra di Nietzsche, Carl Gustav Jung noterà fin dalle prime pagine una corrispondenza biografica tra lo scrittore e il personaggio: proprio in apertura del  primo libro è scritto che Zarathustra si recò sui monti quando aveva 30 anni per rimanerci 10 anni fino a quando volle tornare uomo, dando inizio al suo tramonto e trasfigurazione, a passo di danza, ritornato bambino. L’età di Zarathustra coincide con quella di Nietzsche all’epoca della stesura del libro.  
Osiamo aggiungere che anche il riferimento alla solitudine autoimposta sembra corrispondere a una rielaborazione creativa del rifiuto ricevuto da Lou: Nietzsche si attribuisce il compito (il destino) di trascendere l’uomo e annunciare il super uomo (l’uomo ulteriore), un compito super umano appunto che non tollera compagni di viaggio o distrazioni, un compito in vista del quali ci si fortifica in solitudine, preparandosi ad un annuncio inevitabilmente prematuro e inattuale, il destino di non essere capito.
L’amore non corrisposto di Nietzsche non cessa di creare spunti e suggestioni, in fondo c’è un che di romantico nell’immaginare per il baffuto pensatore tedesco in compagnia della frizzante giovane russa dei suoi sogni. 
Lou Von Salomé
A tal proposito segnalo un romanzo sull’amore sfortunato di Nietzsche dal titolo “Le lacrime di Nietzsche” di Yalom Irvin, edito da Neri Pozza, in cui si immagina Nietzsche alle prese con una difficile ma infine vittoriosa psicoterapia.

Il fascino di Lou ebbe numerose vittime: la convivenza con Rée non durò e lui  lasciato e non seppe riprendersi dalla delusione; la relazione successiva finì con un tentativo di suicidio da parte di lui al momento della separazione e così via. Tra i tanti che si innamorarono di lei anche il poeta Rilke.
Discepola di Freud, Lou Andreas-Salomé pubblicò numerose poesie e saggi di argomento psicanalitico; tra le opere segnaliamo una pregevole biografia su Nietzsche (e sul suo pensiero) disponibile in italiano nella edizione della SE.
[ Triangolo di lettere / Carteggio di Friedrich Nietzsche, Lou Von Salomé e Paul Rée / Adelphi ]

13 feb 2012

Olga la rossa, l'amore come ossessione

Olga la rossa (titolo originale "Turks fruit") è la storia di un ossessione, quella del protagonista per la sua fidanzata; linguaggio esplicito e sessualità ostentata, il libro deflagrò come una bomba tra i borghesi benpensanti nell'Olanda del 1969. 

Jan Wolkers
Il racconto romantico e disperato (ma non sdolcinato) , si apre con una frenetica galleria di exploit sessuali occasionali con cui il protagonista cerca di anestetizzare il dolore (e vendicare l'affronto) per essere stato lasciato dalla sua fidanzata, la rossa Olga, cosa che lo aveva gettato nel più cieco abbrutimento. Il protagonista è uno squattrinato artista (uno scultore che vive ad Amsterdam) il quale narra in prima persona quasi, come uno sfogo personale, la sua vicenda di innamorato pazzo, di sesso forsennato e vera e propria adorazione della giovane rossa con cui convive fino alla rottura. Nel suo racconto tutto rimanda ad Olga: che sia un ricordo della vita insieme, romantico, dolce, carnale, oppure il livore del dopo rottura. Olga è il paradiso e l'inferno: luminosa e bellissima come solo l'amore può plasmare l'oggetto del desiderio, ma anche crudele e imperdonabile come l'orgoglio ferito di lui. A canalizzare la gelosia e l'ansia di possesso del protagonista si erge la figura della madre di lei, elevata a vera e propria personificazione della strega che cospira e corrompe, causando la rottura. Ritratta con perfidia, la suocera incarna letteralmente il male, sia quello morale (spinge la figlia a matrimoni di interesse con uomini più vecchi ma  facoltosi) sia quello fisico (il cancro che l'ha menomata al seno, ucciderà la figlia dopo averne cancellato la sfolgorante bellezza). 
Il vivace realismo tanto delle scene di sesso quanto dei presagi di morte e la malattia di lei,  bilanciano la sfrenata megalomania proiettiva di cui il protagonista investe tanto l'oggetto del proprio desiderio quanto sé stesso. Il risultato finale è un racconto vivido, a tinte forti e senza ombre, crudo fino a fare male ed esplosivamente romantico e sensuale. Il libro può considerarsi un espressione del clima culturale del tempo, la liberazione sessuale: comportamenti liberi e aperti e schiettezza di linguaggio che furono vera è propria rivoluzione e liberazione.
L'autore olandese Jan Wolkers (1925-2007) è stato uno scultore, pittore e scrittore; la storia d'amore di "Turks fruit" è in una certa misura autobiografica, Wolkers cadde in una brutta depressione quando nel 1960 Annemarie Nauta interruppe la relazione dopo due anni di matrimonio. Le scorribande sessuali, l'ossessione perdurante e persino i dolorosi colloqui con la ex sono un fatto biografico (Wolker arrivò addirittura a registrare questi colloqui, forse già meditando di scrivere il romanzo), ma per quanto Wolkers abbia affermato che "nessuno è rimasto più vicino alla verità di me" e "la mia vita e la mia opera sono una cosa sola", la sua riscrittura non è esente da elaborazioni, la più evidente è che la vera Olga non è morta. Forse nella finzione ha prevalso la pulsione di vendetta, l'accettazione non era un'opzione. Nella finzione tragica avviene l'uxoricidio, l'autore si accanisce crudelmente sul personaggio di "Olga" distruggendone ogni bellezza: prima attaccandone l'integrità morale (non nel senso conservatore, bensì cancellandone la spontaneità e la spensieratezza) e poi distruggendola sul piano fisico condannandola ad una morte crudele, abbruttente e solitaria. Una vendetta che ha più il sapore di un malinconico addio, come se solo con la morte fosse possibile lasciarla andare. Il sogno di un amore e il ricordo di un dolore, nella sua cruda nudità.
Consigliatissimo, ma solo se non siete bacchettoni e credete nell'amore totalizzante.

[ Olga la rossa / Jan Wolkers / Scritturapura ]

9 feb 2012

Ero Jack Mortimer, capolavoro noir del 1933.


Alexander Lenrnet-Holenia
Un tassista squattrinato si innamora della bella impossibile (una contessina) proprio nel momento in cui la sua vita sta per essere travolta da un uragano: senza che lui se ne accorga, il cliente che sta scarrozzando viene ucciso mentre si trova nell’auto, alla scoperta è il panico: il morto è sul sedile posteriore e lui non sa spiegare come sia successo, sarà l’unico indiziato. 
Comincia così il giorno più lungo del protagonista di questa storia, sullo sfondo la Vienna anni trenta con nobildonne in stole di volpe e compassati uomini d’affari. Il povero tassista è preda dell’ansia, si vede già condannato e pensa soltanto ad allontanare da sé i sospetti. L’idea malsana è farsi passare per il morto: se lo credono vivo anche dopo essere sceso dal taxi, nessuno sospetterà di lui. 
E’ l’inizio di un’altra vita: frenetica, audace e pericolosa. Una fiamma tanto intensa quanto breve, una nuova identità con cui tutto può accadere: essere inseguiti dalla polizia, inguaiare la fidanzata per fuggire e persino, seppur per un breve momento, avere la donna dei sogni. Un’ubriacatura di possibilità: in altre parole essere Jack Mortimer.
Malgrado il romanzo sia del 1933 il ritmo è assolutamente moderno, a tal punto forsennato da ricordare una mescolanza alchemica tra Fuori orario (1985 di Scorsese) e Frantic (1988 di Polanski), due splendidi film che consiglio vivamente quanto il libro.
[ Ero Jack Mortimer / Alexander Lenrnet-Holenia / Adelphi ]

6 feb 2012

Odissea: storia di un insabbiamento durato quasi tre millenni


Alberto Majrani
La storia la scrive il vincitore e l’Odissea, celeberrimo poema epico, potrebbe celare una strage di stato abilmente riscritta in chiave revisionista e propagandista dai vincitori. E’ questo il leitmotiv di questo breve ma brillante e divertente saggio sull’Odissea. Non si tratta di un semplice divertissement ma di un’intuizione passata alla prova dei fatti: se poniamo che Ulisse non sia Ulisse e che l’intera storia dissimuli un putsch ordito da Telemaco e dalla madre Penelope ai danni dei Proci, è sorprendente scoprire come questa ipotesi non solo trovi riscontri puntuali nel testo classico ma anche come molte delle apparenti contraddizioni della storia diventino curiosamente più logiche e coerenti se lette in questa chiave.


Ho trovato questo esercizio ermeneutico divertente oltre che una piacevolissima occasione di richiamare alla mente reminiscenze ormai appannate sull’epica classica, una lettura che fa del mito antico qualcosa di davvero fresco e intrigante. 
In una appendice finale l’autore ripercorre le tesi di Felice Vinci che in una ricerca dall’eloquente titolo “Omero nel Baltico”, ipotizza, non senza consistenti indizi, che l’Odissea sia ambientata nel nord Europa invece che nel Mediterraneo. Anche in questo caso sono davvero intriganti le numerose corrispondenze che, apparentemente, meglio si conformano alla narrazione (i nomi delle località, la loro descrizione, il clima, i culti, etc.).
Al termine del volume la questione viene lasciata aperta, quello che conta è aver sollevato qualche domanda non retorica e avere fatto lo sforzo di avere nuovi punti di vista. 
Non è detto che il solo valore di un’interpretazione sia quello di essere vera, a volte può giovare anche quella verosimile o che meglio si adatta a spiegare le cose. Un po’ come il metodo scientifico che procede di falsificazioni e aggiustamenti continui, dove più che il valore di verità, ciò che conta davvero è il valore performativo e preditivo.
Come afferma il filosofo Giulio Giorello nella prefazione, quella raccontata da Majrani “non sarà forse la storia vera, ma è comunque ben trovata
Consigliato sopratutto se non siete mai stati dei fan dell’epica greca, potreste ricredervi.
[ Chi ha ucciso realmente i Proci? Ulisse, nessuno, Filottete. Scoperto dopo tremila anni il protagonista nascosto dell’Odissea / Alberto Majrani / LoGisma ]

2 feb 2012

La scienza di Sherlock Holmes - di E.J. Wagner


E. J. Wagner

Per chiunque abbia una televisione in casa la caccia al criminale è sempre più un fatto di scienza; sia che siate appassionati delle serie televisive (CSI, NCIS, Bones, Crossing Jordan, Body of proof, etc. ) o anche solo abbiate letto negli ultimi anni di qualche indagine in corso; è tutto un continuo riferimento alle analisi scientifiche a i rilievi tecnici che ci si aspetta possano incastrare i colpevoli come anche salvare gli innocenti. Analisi del DNA, impronte digitali, foto segnaletiche, tracce ematiche, luminol, intercettazioni e decriptazione degli hard disk; sono tutte cose ormai considerate normali in qualsiasi indagine, anzi addirittura (spesso a torto) ritenute gli elementi decisivi per risolvere un caso.

Ma come si poteva risolvere un caso, catturare un assassino, prima che tutta questa conoscenza scientifica arrivasse in soccorso degli investigatori? 
In questo intrigante saggio si racconta l’evoluzione della scienza forense tra XIX e XX secolo quando le moderne tecniche erano precluse o agli albori, roba da Ellery Queen o da Philip Marlowe, per questo il libro utilizza proprio le avventure del più grande investigatore di tutti i tempi, l’imbattibile Sherlock Holmes come contraltare letterario della storia della scienza forense. 
Il mitico Holmes è il personaggio ideale perché ha una spiccata propensione alla sperimentazione di tecniche specifiche per le indagini. E' lo stesso personaggio a spiegarlo: serve l’archivio dei crimini, servono le descrizioni dei criminali noti (le foto segnaletiche), servono nozioni di chimica per fare le giuste deduzioni (il sangue, il dna, etc.), servirebbe un archivio delle impronte.
Le competenze e le geniali trovate di Holmes seguono di pari passo lo sviluppo della scienza forense talvolta anticipando o dichiarando consolidate (per il geniale personaggio) tecniche in realtà ai tempi appena sperimentali (è il caso delle possibilità di rilevare le impronte digitali ad esempio).
Nel saggio ogni scoperta, ogni innovazione viene accompagnata dal riferimento alle avventure di Holmes, il che rende la lettura davvero divertente e intrigante come un romanzo, ma attenzione in questo caso è tutto vero, l’autrice E.J.Wagner è un’importante docente universitaria in Storia del crimine nonché moderatore dell’annuale Foresinc Forum a Long Island.
Il massimo del divertimento è riservato a quanti abbiano letto le avventure di Sherlock Holmes, per tutti gli altri probabilmente sarà di stimolo a colmare questa lacuna.
Una curiosità: l’inventore di Sherlock Holmes, Conan Doyle, prima di diventare scrittore esercitò come medico e la straordinaria capacità deduttiva del suo personaggio non è che una proiezione magnificata delle sue stessa propensione alla deduzione, tant’è che come nel saggio viene ricordato, in numerose occasioni Doyle fu in grado di aiutare in modo risolutivo le indagini della polizia operando le corrette deduzioni dalla semplice lettura delle cronache di stampa. Non deve quindi stupire la notevole vicinanza (e persino anticipazione) delle tecniche di Holmes con quelle vere della polizia che hanno poi portato all’attuale scienza forense fin troppo idolatrata dai moderni serial tv.
La scienza è utile, talvolta indispensabile, ma anche la più sofisticata delle tecniche (come anche la cronaca dei giorni nostri ci conferma) è insufficiente se non viene data una corretta impostazione logica (e di metodo) alle indagini.
[ La scienza di Sherlock Holmes / E.J. Wagner / Bollati Boringhieri ]